Come è nata la più semplice macchina del Mondo

Come sempre capita nella vita di tutti i giorni, si tende a dare per ovvio cose che invece non lo sono. Per esempio si parla molto di bici avveniristiche, della loro ultima tecnologia e di quello che la maggior parte degli appassionati di settore chiama biomeccanica, ossia il massimo connubio ottenibile tra il ciclista e la bicicletta. Conosciamo però le origini di questo fantastico mezzo? Chi ha inventato la bicicletta?

Il più semplice, il più leggero, il più perfetto veicolo creato dall’uomo è il frutto di una serie di invenzioni che in tempi abbastanza brevi, nel secolo scorso, lo hanno ben presto portato a sfiorare l’attuale struttura. Quando l’uomo si lancia sul sellino della sua bicicletta, quasi esprimendo in quel salto al volo uno slancio di forza e felicità, quando prende la rincorsa per aggiustarsi sui pedali e spingere subito verso l’orizzonte della strada il suo ubbidiente strumento di viaggio, si domanda, per caso che cosa è meccanicamente una bicicletta? Si chiede che miracolo di intelligenza umana rappresenta quell’incrocio di tubi con due ruote leggere mosse da un paio di pedali e una catena?

E il corridore in fuga verso un traguardo prestigioso, si chiede mai quanto è grande la perfezione della sua <<sette chili>> che tra buche, strattoni, accelerazioni e scatti bruschi lo sta portando rapidamente verso un trionfo? Chissà se Coppi o Moser hanno mai dedicato un pensiero di riconoscenza, in momenti quasi decisivi, magari a ridosso d’una vittoria alla loro bicicletta. I corridori di un tempo hanno sempre manifestato sentimenti autentici di gratitudine per la loro bicicletta, hanno sempre curato personalmente ogni meccanismo del loro semplice e prezioso cavallo di battaglia. Oggi invece assistiamo ad episodi che possiamo chiamare eufemisticamente poco nobili, da parte di ciclisti professionisti con al seguito uno stuolo di addetti, coccolati e assistiti come principi reali, che sbatacchiano e lanciano per terra le loro biciclette, di gran lunga più costose rispetto a quelle del passato, solo perché hanno avuto una foratura o un banale problema meccanico, dimenticandosi di tutte le volte che quella stessa bicicletta ha permesso loro di godersi la scena del trionfo. Bartali, prima di diventare corridore, era un meccanico di bici. I grandi di ogni tempo discutono a lungo con i loro meccanici prima di una importante gara. I rapporti, le ruote, la leggerezza del telaio e dei suoi componenti, sono argomenti dei quali i corridori discutono sempre, con cognizione tecnica profonda. Ed è sempre affascinante ascoltarli.

La bicicletta di oggi è perfetta. Lo era già poco dopo la nascita perché assai rapidamente l’uomo è giunto alla creazione di questo mezzo di trasporto adattandolo in maniera incredibilmente esatta alle dimensioni del corpo e dello sforzo da compiere. Non è azzardato dire che il primo ad interessarsi di un problema strettamente legato alla bicicletta è stato Leonardo da Vinci, inventore della trasmissione a catena, perfezionata due secoli dopo, agli inizi del ‘700, da un ingegnere francese, Jacques de Vaucanson. Nel 1790, in seguito a questi primi approcci e ad alcuni tentativi sfortunati, nacque finalmente qualcosa che, seppure con un certo sforzo di fantasia, può essere paragonato alla moderna bicicletta: si trattava di un veicolo con due ruote unite da un asse di legno sul quale trovava posto il guidatore che assicurava l’avanzamento del mezzo con spinte alternate dei piedi appoggiati a terra. Si può ben capire come la velocità massima raggiungibile con questo mezzo fosse assai prossima a quella di un pedone. Per tale ragione il mezzo venne chiamato “celerifero” ed il suo inventore, il francese conte Mède De Sivrac, ottenne giusta fama. Nel 1818 al celerifero venne applicato lo sterzo onde permettere il cambiamento della direzione di marcia: l’ideatore fu il barone tedesco Karl von Drais ed in suo onore il celerifero cambiò il nome in “draisina”.

Una altro passo avanti determinante fu compiuto nel 1861 per merito del fabbro francese Pierre Michaux e di suo figlio Ernest che applicarono i pedali alla draisina così creando il “velocipede” (denominazione usata ancora oggi nel nostro codice della strada) che incontrò subito un buon successo visto che l’anno dopo i due artigiani costruirono 142 esemplari. Arriviamo così al 1868, quando Guilvert e il meccanico tedesco E. Mayer introdussero la trasmissione a catena sulla ruota posteriore che diventava motrice ed aveva lo stesso diametro dell’anteriore. Nel 1870 apparve all’esposizione di Parigi un biciclo con ruote gommate. Sette anni più tardi il francese Rosseau perfezionò i raggi e il suo connazionale Truffaut sostituì i tubi pieni del telaio con quelli cavi. Infine con l’invenzione dei cuscinetti a sfere e con quella dei pneumatici (G.J. Boyd Dunlop nel 1888), nacque la bicicletta propriamente detta che, per diventare come quelli attuali, aveva bisogno solo di rendere più armonioso il telaio, più leggera la struttura e i suoi componenti, nonché dotata di ruota libera a più corone e cambio. Quest’ultima importante innovazione tecnica del cambio di velocità fu inventata dall’italiano, Tullio Campagnolo. Prima dell’invenzione del cambio si correva con un pignone unico e due rapporti. Per passare da un rapporto all’altro si doveva scendere di bici, staccare la ruota posteriore e cambiare pignone.  Successivamente lo spostamento della catena da un pignone all’altro era fatto grazie ad un comando a bacchetta, che obbligava in ogni caso il corridore a dare un colpo di pedale all’indietro al momento del passaggio da un rapporto all’altro.

Oggi le nostre biciclette hanno anche cambi elettronici moto sofisticati dotati di microchip che semplificando, riescono a modulare e adattare il rapporto rilevando costantemente lo sforzo della catena.

Conoscere la storia è indispensabile per capire e apprezzare il presente ma anche e, soprattutto, per costruire il futuro.

Bibliografia

Luigi Severi – Costruire una bicicletta, ed. Compagnia Editoriale, 3° edizione.

www.bicidepoca.com

www.wikipidea.org

Roberto Marri
Roberto Marri

Roberto Marri, classe 62, laureato in Giurisprudenza, attualmente ricopre la carica di Luogotenente dell’Arma dei Carabinieri. Ciclista per passione ama scrivere delle sue passioni , una fra tutte il ciclismo. Motto: Age quod agis!

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