Imprese italiane: fuga verso l’est Europa

Uno sguardo ai Paesi ex-comunisti e alle ragioni che li rendono così attrattivi per le imprese italiane in tempi di crisi.

Negli anni 90, in fase di piena crescita economica, trasferire la produzione in un Paese in via di sviluppo rappresentava per un imprenditore italiano un’opportunità per abbattere il costo della produzione e incrementare così i ricavi unitari. In tempi recenti, tuttavia, la delocalizzazione andrebbe interpretata come l’unico modo per sopravvivere in un mercato, quello italiano, strangolato da una pressione fiscale alle stelle e caratterizzato da una domanda interna estremamente fiacca. Per non finire annoverati tra una di quelle 390 imprese che ogni giorno chiude in Italia, tantissime imprese hanno già approfittato di questa vera e propria via di fuga che la giungla deregolamentata dell’economia globale offre trasferendo, per intero o parzialmente, i propri impianti produttivi nell’Est Europa (se ne contano circa 7.200, 5 volte di più di quelle italiane presenti in Cina). Paesi come Romania, Polonia, Bulgaria, Ungheria sono solo alcuni esempi di Paesi più o meno recentemente entrati a far parte dell’Unione Europea e che, all’interno di un graduale processo consistente nello scrollarsi di dosso l’impronta sovietica e statalizzata che li ha contraddistinti fino ad alcuni decenni fa, hanno messo in atto una serie di politiche volte ad attirare capitali esteri e ad accelerare il pieno passaggio alla globalizzazione dei propri sistemi economici. In un primo tempo sono state messe in pratica strategie di dumping fiscale, ancora oggi effettive, che consentono di applicare un’aliquota fiscale sulle imprese in media tra il 10-15% (a fronte del 27.5% in Italia). Anche l’aliquota dell’imposta sui redditi delle persone fisiche non è comparabile con quella italiana (ad esempio in Bulgaria è fissa al 10% indipendentemente dalla base imponibile). A spingere i costi della produzione ancora più in basso ci pensano poi i salari medi mensili, che si aggirano tra i 300 e i 600 euro. Il crescente innalzamento sia del livello di istruzione che della specializzazione della manodopera hanno anche eliminato l’iniziale gap qualitativo rispetto alla produzione made in Italy. Come conseguenza delle suddette politiche di dumping, i Paesi dell’Est hanno beneficiato di guadagni supplementari sul fronte delle imposte dirette e sui loro consumi interni. Ed è anche per quest’ultima ragione che molte imprese italiane hanno fiutato l’opportunità di conquistare nuovi mercati in crescita, proprio all’interno di quei Paesi dove è stata trasferita la produzione. In un’ottica globale, sia l’assegnazione da parte delle agenzie di rating di un outlook stabile sia un sistema di cambi fissi ancorato all’euro, rendono gli investimenti nell’Europa orientale quanto meno sicuri  e al riparo da eventuali shock politico-economici.

Alla luce di quanto esposto, appare evidente come inequivocabili siano i vantaggi in termini di competitività per i player italiani qualora si delocalizzassero gli apparati produttivi in posti distanti una o due ore di aereo dai propri quartier generali, e ancora più forte suona il campanello d’allarme per l’Italia, soffocata dai suoi problemi strutturali e incapace di adottare linee di policy volte a porre un freno al trend della delocalizzazione sistemica che la sta travolgendo di recente. Infatti, se da un lato il fenomeno sopra descritto consente a molte imprese italiane di restare a galla in tempi di congiuntura economica sfavorevole, da un altro genera effetti macroeconomici negativi, primi su tutti la perdita di posti di lavoro e di valore aggiunto, i quali si traducono in un complessivo impoverimento dell’economia nazionale italiana e nella perdita delle proprie capacità produttive.

Redazione
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Classe '89, laureato in Economia e Finanza, attualmente lavora come Associate presso un broker finanziario con sede ad Amsterdam, ricoprendo il ruolo di business developer e responsabile del segmento italiano della società. Passioni collaterali: trading, cucina, rugby.

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