#IOVOGLIOPEDALARESICURO

“Siamo uomini e donne, genitori e figli, automobilisti e ciclisti. Abbiamo grandi responsabilità verso noi stessi e verso gli altri, ma spesso cerchiamo solo scuse! Qual è la tua? … Guidare è uno sport … La bici è solo un gioco … Ho sempre retto l’alcool … La luce sulla bici è un optional … Mettere la freccia è inutile … Il casco mi rovina i capelli … Non l’avevo sentito arrivare … Non l’avevo visto. Non ci sono scuse. Ogni anno oltre 18.000 ciclisti sono vittime di incidenti stradali.

Ho voluto iniziare questo articolo con la trascrizione delle parole pronunciate dallo speaker nello spot prodotto e diffuso da BIKE CHANNEL – SKY 214 (http://www.bikechannel.it) per la campagna sociale sulla sicurezza dei ciclisti chiamata “IO VOGLIO PEDALARE SICURO” lanciata insieme alla Polizia di Stato (www.poliziadistato.it) a partire dal 20 giugno scorso. Il tema in questione non può lasciare insensibile qualsiasi utente della strada che sia ciclista o non ciclista, poiché l’ultimo rapporto sull’incidentalità pubblicato da ACI – ISTAT restituisce un dato allarmante: il numero dei ciclisti che hanno perso la vita sulle strade italiane è aumentato del 8,8%. Questo significa che un allenamento di atleti professionisti o amatori, piuttosto che una passeggiata in bici con gli amici o con la propria famiglia può trasformarsi in una tragedia.

Purtroppo le nostre strade sono state concepite e costruite a uso e consumo dell’automobile ovvero dei veicoli a motore, così come la cultura della mobilità è tutta incentrata su tali veicoli. Per avere una diversa idea basta affacciarsi fuori dai nostri confini nazionali (l’esterofilia non è una pratica che mi piace però in questo caso è inevitabile) e osservare come in paesi ciclisticamente avanzati (Germania, Francia, Danimarca, Olanda ecc.), la bicicletta è considerata un vero e proprio mezzo di trasporto quotidiano, oltretutto molto green a differenza degli autoveicoli che utilizzano combustibile fossile, mentre il nostro “Codice della Strada” la definisce ancora “velocipede”. Tutto ciò fa meglio comprendere che nella nostra cultura la bicicletta non è considerato un vero e proprio mezzo di trasporto ma uno strumento ludico e utilizzato per migliorare la propria forma fisica. Questo scarso apprezzamento della bici come veicolo spiega l’insofferenza e il fastidio provato e mostrato dalla maggior parte degli automobilisti verso i ciclisti in generale, perché il ciclista viene visto come un pericoloso ostacolo mobile da schivare, sebbene abbia anch’egli diritto e pari dignità come qualsiasi altro utente della strada di circolare. Del resto fra i tanti singolari primati italiani anche la questione “automobilisti contro ciclisti” è un unicum tutto nostro. Le cronache sono piene di casi in cui un ciclista viene aggredito da un automobilista; per non parlare di quelli che si divertono a sfiorarli mentre li superano a tutta velocità (questo è capitato a me personalmente). Anche sui social network e forum degli appassionati di motori capita spesso di leggere anatemi e strali contro i pedalatori, a volte spingendosi anche ad inneggiare assurdi atti di violenza.

Per non apparire poco obiettivi è giusto evidenziare che vi sono anche ciclisti indisciplinati, spesso in gruppo, i quali occupano più dello spazio consentito sulla sede stradale affiancandosi in terza o quarta fila, in tal modo creando pericolo per la circolazione e soprattutto per se stessi, poiché a differenza del conducente di un autoveicolo il ciclista non è protetto da alcun guscio avendo al massimo solo un caschetto con calotta esterna in policarbonato con all’interno poliuretano espanso per protezione della testa contro urti nemmeno tanto violenti.

Per fare chiarezza e capire meglio di cosa stiamo parlando è utile fare un excursus non troppo noioso sulla normativa di legge vigente. Il Codice della Strada (Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n. 285) all’articolo 182 (Circolazione dei velocipedi) regola e stabilisce le norme di comportamento che tali soggetti devono tenere sulle strade. Riporto solo due commi che ritengo più rilevanti dei dieci che lo compongono; il comma 1 dice che: “I ciclisti devono procedere su unica fila in tutti i casi in cui le condizioni della circolazione lo richiedano e, comunque, mai affiancati in numero superiore a due; quando circolano fuori dai centri abitati devono sempre procedere su unica fila, salvo che uno di essi sia minore di anni dieci e proceda sulla destra dell’altro.”; al comma 9 si legge: “I velocipedi devono transitare sulle piste loro riservate quando esistono, salvo il divieto per particolari categorie di essi, con le modalità stabilite nel regolamento.”

Quindi, per il primo comma la bicicletta è considerata un mezzo di circolazione e chi lo conduce deve rispettare le norme predisposte per tale scopo, ma ciò implica che anche tutti gli altri utenti della strada devono rispettare la sua esistenza. Nel comma 9 invece risiede l’obbligo delle bici di transitare sulle piste riservate “quando esistono”.  Ho volutamente sottolineato questo inciso per evidenziare l’insopportabile ipocrisia del legislatore nella pilatesca formulazione della norma che ammette la necessità di strade ciclabili, ma prevede anche che possano non esistere. A tal proposito è necessario dire che con la legge n. 366/1998 è stato previsto l’obbligo di realizzazione di percorsi e piste ciclabili su strade di nuova costruzione e con decreto ministeriale n. 557/1999 vengono stabilite le norme tecniche. Purtroppo queste norme vengono puntualmente disattese da amministratori locali e dagli enti proprietari delle strade. A tal proposito non aggiungo altro e lascio al lettore ogni ulteriore valutazione.

Questo è lo stato dell’arte oggi in Italia per quanto ci riguarda. In altri paesi più evoluti (non solo da questo punta di vista) e mi riferisco in particolare al nord Europa, progettano e realizzano addirittura autostrade per le biciclette. Nel nostro paese, sempre al Nord purtroppo, leggo anche di un progetto simile che dovrebbe collegare Firenze a Bologna, la cui prima tratta è stata inaugurata nella città di Pistoia (già proclamata capitale italiana della cultura 2017) e ciò fan ben sperare per il futuro.

Auspicando che tali miglioramenti culturali e infrastrutturali ci possano riguardare più da vicino, concludo con l’invito a tutti i ciclisti di rispettare le regole del codice della strada e seguire il buon senso mentre agli automobilisti di farsi una ragione dell’esistenza dei ciclisti sulle strade e, per taluni di dominare la propria protervia.

Roberto Marri
Roberto Marri

Roberto Marri, classe 62, laureato in Giurisprudenza, attualmente ricopre la carica di Luogotenente dell’Arma dei Carabinieri. Ciclista per passione ama scrivere delle sue passioni , una fra tutte il ciclismo. Motto: Age quod agis!

Non ci sono ancora commenti

I commenti sono disattivati