Stupri: uomini (e donne) che odiano le donne.

Una donna in posa fotografica simboleggia le vittime di stupri

Gli stupri ci sono sempre stati, non è una novità.

In Italia, 11 casi di stupri (denunciati) al giorno e nella maggior parte dei casi sono commessi da italiani, ancor più specificatamente da conoscenti della vittima.

Stupri di guerra, stupri commessi contro spose bambine, stupri in discoteca (perché una che beve un cocktail in più è “una che ci sta”), stupri etnici.

Nella nostra società l’immagine della donna è cambiata. Da essere inferiore all’uomo perché sbucata da una sua costola, a strega se provava ad andare fuori dai canoni in cui era relegata. Da damina svenevole con gli olii essenziali sempre sotto il naso, suffraggetta, a laureata e manager. Magari addirittura capo di molti uomini, magari addirittura presidente di una nazione. Si, l’immagine ed il ruolo della donna nella nostra società è cambiato.

Ma noi siamo pronti a tutto ciò?

E con “noi” intendo sia uomini che donne.

A parole siamo tutti bravi ad essere emancipati ma la cultura, intesa quale rappresentazione simbolica e mezzo di conoscenza della realtà… quella è un’altra cosa. La base culturale comune, incorporata fin dalla nascita in ciascuno di noi, è parte costitutiva dell’identità. Essa si riflette e si rispecchia continuamente tra i membri di una stessa cultura in modo automatico e inconscio.

“All’interno di una cultura, una persona svilupperà la propria identità definita dalle impronte simboliche che le vengono conferite all’interno del gruppo familiare primario e dei successivi gruppi sociali” (J. Le Roy, 1996).

Foulkes, il fondatore della gruppoanalisi, affermava che le relazioni sociali non sarebbero “dopo-eventi” secondari (come sosteneva Freud). Permeano in modo determinante tutti gli stati e le strutture psicologiche.

“La cultura e i valori di una comunità sono inesorabilmente trasferiti al bambino allevato dal padre e dalla madre individuali. A loro volta determinati dalla particolare nazione, classe, religione e regione. Essi sono trasmessi verbalmente o non verbalmente, istintivamente ed emozionalmente, ventiquattr’ore al giorno. Perfino gli oggetti, i movimenti, i gesti e gli accenti sono determinati in questa maniera da ciò che è rappresentativo del gruppo culturale. In aggiunta a tutto questo, ma permeando tutto, c’è lo stampino personale del padre e della madre individuali” (S. H. Foulkes, E. J. Anthony, 1957).

Una ragazza di spalle col collo scoperto e i capelli raccolti

La cultura è così intrisa in noi che neanche ce ne rendiamo conto.

Non basta sapere che la donna è uguale all’uomo, che “quello che può l’uomo lo può anche la donna”. No, bisogna avviare un reale processo di cambiamento culturale. L’uomo ancora non è pronto (in molti casi) ad essere sottoposto ad una donna, a guadagnare meno di lei. Non è pronto ad essere meno apprezzato di lei dai suoi amici, a lavare i piatti senza sentirsi “femminilizzato”. Non è pronto ad occuparsi dei suoi figli senza definirsi “mammo” bensì “papà”.

E le donne (anche qui in molti casi) ancora non ce la fanno a non provare pena se vedono il loro uomo passare l’aspirapolvere. Nei casi migliori a ritenersi fortunate perché il loro lui, al contrario di molti altri, lo fa (come se ci fosse qualcosa di eroico nel passare l’aspirapolvere!). Non ce la fanno a far fare le trecce alle loro bambine dai papà, non è roba da uomo. Non ce la fanno a non sentirsi in colpa se lavorano tanto “a scapito” della famiglia; ancora non ce la fanno a far fare in casa le stesse faccende a figli maschi e figlie femmine.

Ed è così che perpetriamo anche nelle nuove generazioni la cultura della disuguaglianza.

Come fanno le nuove generazioni a credere davvero che uomini e donne siano uguali se vedono mamma e papà entrambi lavoratori, ma della casa se ne occupa solo mamma mentre papà vede la partita sul divano?

Come fanno le nuove generazioni a credere davvero che uomini e donne siano uguali se dire ad una ragazza “sei un maschiaccio” è tutto sommato un complimento mentre dire ad un ragazzo “sei una femminuccia” è un insulto?

E se non lo credono e non fanno propria questa cultura di reale, naturale ed innocua parità questa non viene affatto vissuta come tale. Ed ecco che l’uomo, come qualsiasi animale in natura, davanti ad un pericolo, o fugge o attacca.

Lo stupro è un attacco: fisico, psicologico e sociale.

Un modo per cercare di ristabilire la propria superiorità almeno in quel momento, superiorità dovuta semplicemente alla forza fisica.

Non basta una Boldrini di turno che elimina dal palinsesto Rai “Miss Italia” perché svilente per l’immagine della donna, serve un reale cambiamento socio-culturale e questo parte dalla famiglia, dalla scuola, dal gruppo di amici, da ognuno di noi.

“il Progresso online”

Maria Celeste Petrelli
Maria Celeste Petrelli

Celeste nasce a Trani nel 1987 e si laurea nel 2011 in Psicologia Clinica presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" con il massimo dei voti e, sempre a Roma, nel 2016 si specializza in Psicoterapia Gruppoanalitica. Dal 2013 svolge attività privata a Bisceglie presso il proprio studio, occupandosi di colloqui psicologici e percorsi psicoterapeutici individuali, di coppia e di gruppo. Dal 2015 è inoltre Presidente dell'Associazione Psyché Onlus di Bisceglie, occupandosi principalmente di progettazione e corsi di formazione. Lavora inoltre come consulente esterna presso altre realtà del territorio, in particolare nel campo dell'emigrazione e della scuola. Ama gli animali e viaggiare.

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