Radioattività ambientale e disinformazione

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Radioattività ambientale

I mass media hanno contribuito a creare nella popolazione, ormai da decenni, un vero terrore verso ciò che è radioattivo e verso la radioattività in generale.

Non solo, come fanno anche molti ambientalisti, per lo più quelli digiuni di cognizioni scientifiche, hanno instillato nelle persone la convinzione che tutto ciò che è radioattivo è causato dalle attività umane ed è, comunque, negativo e foriero di disastri.

Questo stato di cose non è affatto privo di conseguenze:

  • oltre al rifiuto generalizzato dell’utilizzo della fissione dell’atomo per produrre energia, perfino dando informazioni false sui cosiddetti incidenti nucleari (vedi il mio articolo “La verità su Chernobyl e su Fukushima” su questa testata), verso ogni tecnologia industriale che utilizza le radiazioni e financo per le terapie mediche.

Allo scopo di contribuire a fornire una corretta informazione, di seguito fornisco le cognizioni necessarie per valutare le informazioni ricevute e saperle soppesare.

Cominciamo con il chiarire che la radioattività è parte dell’ambiente naturale in cui viviamo e ci ha accompagnato nel percorso evolutivo fin dall’inizio, anzi, nel tempo la radioattività ambientale è diminuita.

Infatti, la Terra è un pianeta geologicamente attivo e, se non lo fosse, molti elementi indispensabili alla vita che provengono dall’interno del pianeta si esaurirebbero in circa 300.000 anni e sul pianeta resterebbero solo alcuni microorganismi estremofili, appartenenti agli Archea ed ai Batteri.

Va aggiunto che nel nostro corpo avvengono mediamente 7700 decadimenti radioattivi al secondo, di cui la metà dovute al potassio, e che riceviamo radioattività dallo spazio, dalla terra dal cibo, dall’onnipresente radon e persino durante la respirazione.

Medie regionali della concentrazione di radon nelle abitazioni – Istituto Superiore di Sanità

Molte zone della Terra, a causa delle formazioni rocciose, presentano radioattività naturale elevata, anche se molto al di sotto del livello in cui si cominciano ad osservare i primi effetti sulle cellule che compongono gli organismi.

A fini esplicativi riporto un esempio che ritengo significativo:

  • a Piazza San Pietro (RM), a causa del porfido presente, la radioattività misurabile è cento volte maggiore di quella attualmente rilevabile a 100 metri dal quarto reattore di Chernobyl, ossia quello protagonista del demenziale esperimento effettuato il 26 aprile del 1986 all’origine delle esplosioni che hanno causato il rilascio di isotopi sulla Penisola Scandinava e, in misura notevolmente minore, sul resto dell’Europa.

Ciò nonostante i mass media continuano a diffondere notizie allarmistiche, anzi terroristiche su quanto avverrebbe in Ucraina:

  • recentemente una nota rivista di divulgazione scientifica, Focus, ha pubblicato un articolo in cui alcuni ricercatori, seguendo lo spostamento dei Lupi, animali notoriamente erratici e capaci di coprire grandi distanze, ne hanno documentato lo spostamento anche a 300 Km dalla zona evacuata. Questo ha portato all’incredibile conclusione secondo cui i Lupi sarebbero radioattivi o comunque mutanti!

Va aggiunto che, sui Lupi radioattivi, in Italia è stato girato persino un documentario!

Altro esempio che ha del demenziale:

  • l’anno scorso il quotidiano La Repubblica ha riportato la notizia (!) secondo cui i Tonni ed i Salmoni del Pacifico sarebbero radioattivi a causa dell’acqua rilasciata dai reattori di Fukushima! 
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Esposizione alle radiazioni Cortesia ENEA

Che cos’è la radioattività

La radioattività o, più precisamente, il decadimento radioattivo, è il processo per mezzo del quale alcuni atomi instabili (isotopi radioattivi) decadono in atomi stabili, attraverso l’emissione di radiazioni ionizzanti.

Il momento esatto in cui un atomo decade è impredicibile, ma il numero di decadimenti medi nel tempo segue una legge statistica secondo cui il numero di decadimenti è proporzionale al numero di atomi presenti.

Ovviamente, questa costituisce un’approssimazione, ma, essendo il numero di atomi molto cospicuo, la precisione è alta, per cui è facile fornire dati significativi.

Il tempo medio di decadimento per ogni atono è pertanto facilmente deducibile:

  • si definisce emivita o tempo di dimezzamento di un elemento radioattivo il tempo occorrente perché metà degli atomi presenti decadono in un atomo stabile.
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Tavola periodica con gli elementi colorati secondo l’emivita del loro isotopo più stabile – Da Wikipedia

Didascalia della figura precedente:

Azzurro: Elementi stabili;

Verde: Elementi radioattivi con isotopi dalla vita molto lunga. La loro emivita di oltre quattro milioni di anni conferisce loro radioattività molto piccole, se non trascurabili;

Giallo: Elementi radioattivi che possono presentare bassi rischi per la salute. I loro isotopi più stabili hanno emivite tra 800 e 34 000 anni. A causa di questo, hanno solitamente alcune applicazioni commerciali;

Arancio: Elementi radioattivi che è noto pongono elevati rischi per la salute. I loro isotopi più stabili hanno emivite tra un giorno e 103 anni. La loro radioattività conferisce loro scarso potenziale per usi commerciali;

Rosso: Elementi altamente radioattivi. I loro isotopi più stabili hanno emivite tra un giorno e parecchi minuti. Pongono gravi rischi per la salute. Pochi di essi trovano uso al di fuori della ricerca di base;

Viola: Elementi estremamente radioattivi. Si sa pochissimo di questi elementi a causa della loro estrema instabilità e radioattività.

Effetti delle radiazioni sull’uomo

Ovviamente, al lettore interessa conoscere la dose di radiazione che deve essere assorbita perché questa causi danni all’organismo e quali fonti possono superare la radioattività naturale. Per questo è necessario sapere come si misura la quantità di radiazione.

E’ fondamentale capire la differenza fra dose assorbita, ossia la quantità di energia che viene ceduta alla materia, e dose efficace, ossia la quantità necessaria perché la radiazione produca danni all’organismo.

La dose efficace si misura in Gray (simbolo Gy) dose equivalente ad un passaggio di un joule di energia per chilo.

La dose assorbita si misura in Sievert (simbolo Sv), ossia alla costante biologica degli effetti delle radiazioni moltiplicata per 1 Gray.

La dose per evento in cui cominciano ad essere rilevabili i primi sintomi sanitari è di 250.000 Sv. Vedi Figura 2.

E’ facile rendersi conto che, oltre alla constatazione che viviamo in un ambiente radioattivo, i dati riportati dai mass media spesso sono fuorvianti. Un’anomalia della legislazione italiana è rappresentata dal fatto che, oltre la radioattività naturale, non esiste per le fonti artificiali una dose minima, come se le radiazioni causate da impianti artificiali fossero diverse da quelle naturali!

Conseguenze reali degli eventi di Chernobyl e di Fukushima

Per chiarire meglio al lettore la differenza fra la realtà e quanto viene generalmente riportato dai mass media circa gli eventi che hanno rilasciato radioattività, riporto i dati relativi a quanto accaduto nei più gravi di questi.

Per quanto concerne le conseguenze sulla popolazione del disastro di Chernobyl, i dati più attendibili sono quelli elaborati dal Chernobyl Forum, incontro internazionale promosso dall’AIEA nel 2003, cui hanno partecipato varie Agenzie delle Nazioni Unite (oltre all’AIEA, FAO, UN-OCHA, UNDP, UNEP, UNSCEAR, WHO), la Banca Mondiale, Russia, Bielorussia ed Ucraina.

Questo rapporto è consultabile sul seguente sito dell’ONU: http://www.unscear.org/unscear/en/chernobyl.html.

In estrema sintesi, i morti accertati nel corso degli eventi sono stati:

  • 2 lavoratori della centrale per esplosione, 1 per trombosi coronarica, 28 soccorritori nel corso del 1986 a causa delle radiazioni assorbite, 19 soccorritori per varie cause legate alle radiazioni di cui 3 per leucemia, 15 fra la popolazione maggiormente esposta per tumore alla tiroide.

Per quanto concerne le morti in eccesso presunte, ma non rilevabili statisticamente, sono:

  • liquidatori 2200 su circa 200.000, evacuati 160 su circa 116.000, popolazione presente in aree a stretto controllo 1600 su circa 270.000; infine, fra la popolazione residente a largo raggio nella zona irradiata da 37 kBq/m² in su (unità di misura corrispondente ad un decadimento di un isotopo in un secondo, non alla dose assorbita e tanto meno a quella efficace), il numero è incerto ma valutabile in circa 5000 su 5 milioni.

Va sottolineato che, mentre per i lavoratori ed i soccorritori i dati non sono contestabili, le stime per i morti presunti, hanno subito parecchie contestazioni, in special modo dal Partito Verde europeo e da altre associazioni e gruppi ambientalisti.

A prescindere dalla presunta validità dei dati presentati da questi gruppi (ovviamente, sempre basati su stime), le esagerazioni riportate da mass media e su Internet, è priva anche della minima credibilità, poiché basate solo su preconcetti e senza l’adeguato supporto di dati anche solo basati su stime.

Concludendo, i dati accessibili sulle fonti accreditate, concernenti la radioattività attualmente presente nella zona del disastro, dimostrano l’abbassamento della stessa a livello di non pericolosità, anche se il terreno contaminato non potrà essere utilizzato per agricoltura ed allevamento, ma è in costruzione una gigantesca centrale solare attorno al nuovo sarcofago della centrale che ha coperto quello costruito dopo il disastro, costruito in acciaio ed in grado di resistere almeno cento anni.

Va anche sottolineato che gli altri 3 reattori della centrale di Chernobyl sono stati spenti nel 2000, quindi hanno continuato a funzionare fino a quell’anno. In seguito all’evento di Fukushima, (vedi il mio articolo “La verità su Chernobyl e su Fukushima” su questa testata) la nube radioattiva ha reso momentaneamente critica una zona di circa 22 km di diametro.

La nube si poi è espansa sopra l’Oceano Pacifico, verso il Nord America e l’Atlantico. Il massimo registrato in Italia, misurato presso il Centro Ricerche Ambiente Marino dell’ENEA (Pozzuolo di Lerici SP), è stato di un quinto della radiazione di fondo che ci colpisce ogni giorno.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nella zona dei 22 km, gli effetti a lungo termine (neoplasie) imputabili alle dosi ricevute risultano non rilevabili rispetto alle fluttuazioni statistiche di “fondo” delle patologie oncologiche.

Tra gli oltre 33mila lavoratori della centrale ed impegnati a Fukushima nei mesi successivi all’incidente, non sono stati registrati casi di sindrome acuta da radiazioni; vi è un rischio ipotetico di tiroiditi autoimmuni ed ipotiroidismo in 13 lavoratori con elevata esposizione alla tiroide; sono assenti i rischi di patologie cardiovascolari da radiazioni (forse da stress).

Ad oggi nessun caso di neoplasia imputabile a radiazioni si è verificato; tra i 174 lavoratori esposti a più di 100 mSv (il doppio di quanto è consentito in un anno dalla normativa), potrebbe esserci un rischio, ma è difficilmente correlabile.

Per quanto concerne il riversamento in mare, causato in gran parte da errori della TEPCO (ossia la società che gestisce gli impianti), la quantità di liquidi radioattivi corrisponde a quella riversata ogni anno a Southampton (il cosiddetto dumping: ossia il riversamento in mare, praticato fino ad alcuni anni fa, dei liquidi di scarto provenienti dalle centrali inglesi, dalle coste della cittadina di Southampton.), ossia 60mila tonnellate di acqua.

Considerando che espressi in volume sono 60mila metri di acqua, se divisi in contenitori di 2m di altezza occuperebbero non molto di più di 3 ettari. Per confronto l’Oceano Pacifico occupa un terzo del Pianeta come superficie ed ha una profondità media di 4000 metri.

Per quanto i danni nei pressi delle coste della regione di Fukushima siano stati significativi, e dove le perdite continue impediscono la pesca e l’allevamento, l’acqua radioattiva si disperde nell’oceano Pacifico; qualunque notizia di oceani contaminati e radiazione che giunge sino in America, con Tonni e Salmoni radioattivi è completamente falsa:

  • l’aumento di radioattività nell’Oceano è trascurabile ed inferiore alla radioattività del carbonio 14 e potassio 40 naturalmente presenti in mare.

Anche considerando solo la regione in prossimità delle coste della Prefettura di Fukushima, le perdite dei reattori ammontano a meno di una parte su 100mila della radioattività presente.

È vero che alcuni reattori si sono fusi parzialmente, ma i danni, sia pur rilevantissimi, sono confinati all’interno degli impianti. In conclusione, mi sembra il caso di sottolineare che, specialmente nel caso di Fukushima, per rispondere allo stato di ansia della popolazione, addirittura di vero terrore delle radiazioni, in questo fomentata dai mass media, si sono estese le norme di sicurezza, rendendo illegali quantità di radiazioni al di sotto della soglia del pericolo, spostando forzatamente una parte della popolazione stessa.

Ciò ha causato stati di ansia tra i cittadini allontanati per lunghi periodi dalle loro abitazioni ed ha provocato malattie psicosomatiche e morti da depressione e da stress nella parte più sensibile della popolazione, ossia anziani e persone affette patologie, a causa di un meccanismo che gli psicologi definiscono da rafforzamento.

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Ettore Ruberti
Ettore Ruberti

Ricercatore dell’ENEA, Dipartimento FSN-FISS-SNI, Professore a contratto di Biologia generale e molecolare all’Università Ambrosiana, Direttore del Dipartimento di Biologia ed Ecologia di UNISRITA

ETTORE RUBERTI E' Ricercatore dell’ENEA, Dipartimento FSN-FISS-SNI, I suoi campi di ricerca sono l’evoluzione biologica e l’entomologia applicata. Dal ’91 si occupa anche di idrogeno come vettore energetico e di fenomeni nucleari collettivi nella materia condensata. Rappresenta l’ENEA al Forum Italiano dell’Idrogeno ed è coautore del libro bianco sull’idrogeno “Linee guida per la definizione di un piano strategico per lo sviluppo del vettore energetico idrogeno”. Dal ’97 Professore a contratto di Biologia generale e molecolare all’Università Ambrosiana. Dal 25 settembre 2012 con qualifica accademica di Licentia Docenti ad Honorem per merito di chiara fama nella disciplina. E’ Direttore del Dipartimento di Biologia ed Ecologia di UNISRITA. Ha sviluppato una nuova ipotesi sul ruolo svolto da un debole campo elettromagnetico in argille di origine magmatiche (le montmorilloniti) nella formazione delle prime macromolecole biologiche, ipotesi che sta sottoponendo a verifica sperimentale. Ha sviluppato, in collaborazione con il Rettore dell’Università Ambrosiana, un progetto di ricerca, volto l’interruzione del ciclo del Plasmodium della Malaria nella Zanzara Anopheles, attualmente in fase di realizzazione attraverso una collaborazione ENEA/Università Ambrosiana.

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