Il caso Ilva e il testa a testa tra Mittal e Governo

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Caso Ilva

Ciò che mi nutre mi distrugge

Una mattina nebbiosa dei primi di novembre i diecimila dipendenti dell’ArcelorMittal Italia hanno ricevuto un’email dell’amministratrice delegata Lucia Morselli con una chiara informazione: tempo un mese e l’azienda avrebbe lasciato l’Ilva di Taranto.

Arcelor Mittal ha spiegato che senza lo “scudo penale” previsto per i suoi amministratori – e pertanto l’immunità giudiziaria –  il gioco non valeva più la candela.

Ricordiamo che lo scudo era stata la condizione che il governo Renzi nel 2015 aveva garantito a chi avesse preso lo stabilimento siderurgico infausto protagonista per disastro ambientale. Ricordiamo che nel 2012 Ilva fu tolta ai vecchi proprietari, la famiglia Riva, che l’avevano acquistata dallo Stato nel 1995. 

In molti in queste tumultuose giornate che hanno visto protagonisti l’Ilva, Taranto e l’Italia intera, hanno però additato Mittal come un approfittatore che attendeva una scusa tecnica per abbandonare l’azienda. 

Mittal era di fatto un pessimo acquirente per l’Ilva: non era realmente motivato per il rilancio aziendale e la produzione dell’acciaio. Facendolo a Taranto avrebbe dovuto adeguare i sei/sette stabilimenti di cui è a capo in Europa. E non era esattamente conveniente. 

In altri termini Mittal lascia una bomba ecologica, dando la colpa all’attuale governo, per mettere in atto un piano che probabilmente esisteva sin da quando si sono palesate notevoli difficoltà di produzione e di compromesso tra ambiente e impresa.

Al tavolo del Ministero dello Sviluppo Economico, insieme ai rappresentanti del governo e dei sindacati, Lucia Morselli, amministratore delegato dell’ex Ilva, è stata netta:

«Riteniamo che non siano stati rispettati i termini del contratto».

Non solo: la Morselli ha addossato tutta la responsabilità di quello che sta accadendo al Governo che ha lasciato cadere lo scudo penale.

In pratica il venir meno di questo strumento «ha rotto il concetto base del piano di risanamento dell’impianto».

I sindacati confederali al termine dell’incontro al Mise hanno chiesto all’azienda di ritornare sui suoi passi e al Governo di ripristinare lo scudo penale trovando riposta negativa al Governo.

Ma adesso come già avvenuto 7 anni fa: quando la politica e le imprese non trovano un compromesso entra “a gamba tesa” la Giustizia. 

L’Ilva, ex Italsider è sorta col mito dell’industrializzazione selvaggia, senza prevedere le giuste cautele per la salute dei suoi operai, per la loro sicurezza, per la salubrità del luogo dove sorgeva e per la comunità – anzi le comunità- che la circondavano.

Si è finiti nella trappola del ricatto “lavoro o salute” ancora prima che la frase “ciò che mi nutre mi distrugge” diventasse un cult da tatuaggio. 

Tra una settimana intanto la Procura di Milano che ha aperto un fascicolo sulla decisione presa da Arcelor Mittal di recedere al contratto di fitto dello stabilimento, fino all’annuncio di voler fermare l’attività. Le indagini poi, punterebbero ad accertare la regolarità dei rapporti economici contrattuali, verificando se vi siano stati dei comportamenti rilevanti sul piano penale.

La Procura di Milano nella causa civile promossa da Mittal farà un atto di intervento scritto: i pm concluderanno con le loro istanze, in questo caso a sostegno dei commissari dell’ex Ilva.

I commissari ribadiscono che «il preteso recesso è stato esercitato indebitamente e che, conseguentemente, non sussistono le condizioni giuridiche per la retrocessione dei rami di azienda oggetto del contratto d’affitto». Sarà adesso il Tribunale ad esprimersi decidendo se emettere il provvedimento chiesto da Ilva per fermare lo spegnimento degli impianti.

Il premier, Giuseppe Conte, ha già detto che non lascerà che si possa deliberatamente spegnere gli altiforni poiché questo significherebbe la fine di qualsiasi prospettiva di rilancio di questo investimento produttivo e di salvaguardia dei livelli occupazionali. Oltre alla compromissione del piano di risanamento ambientale. Quello che dovrebbe essere la priorità.

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Antonella De Biasi
Antonella De Biasi

Antonella De Biasi, pugliese, giornalista pubblicista dal 26.07.2005, attualmente corrispondente dalla terra ionica per “La Gazzetta del Mezzogiorno”, editor e correttrice di bozze, esperta in recensioni e schede di lettura. Collabora con "Flanerì" blog nazionale sulla narrativa, il cinema e la musica contemporanea. Insegnante di geografia visiva presso l’Utep (università territoriale per la terza età) di Laterza (Ta). Ha tenuto corsi ministeriali europei "Pon" di Giornalismo nel 2018 presso l’I.C “A. Diaz” di Laterza (T) oltre a svolgere laboratori di scrittura presso associazioni territoriali. Crede nella grande passione per la scrittura, la comunicazione, la cultura e l’arte: cercando di lavorare seguendo sempre questo binomio, aprendosi ad ogni nuova forma di comunicazione ma preservando anche i sistemi più classici e poetici.

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