IL POTERE DELLE RADICI

RADICI

La volta che ho visto estrarre da un vecchio contadino, con la sua mano rugosa e le unghie nere, una radice di liquirizia, per scortecciarmela subito con un coltellino e farmela assaggiare, mi era venuta in mente, lì per lì, quella scena di Via col Vento, in cui Rossella strappa le radici da terra e le morde con violenza ed esasperazione, prima di giurare col pugno verso il cielo che non avrebbe sofferto mai più la fame in vita sua.

Di quel gesto deciso, estirpante e definitivo, avevo percepito la potenza, sussurrata a denti stretti da miss O’Hara.

Così la liquirizia, la “nera signora del sottosuolo”, anche lei di potenza ne ha eccome: basti pensare a come tiri su, in pochi minuti, la pressione arteriosa.

Le radici questo esprimono: forza.

Trattengono le montagne, issano querce monumentali, sequoie e conifere da vertigini. E mica si limitano al supporto strutturale.

Evochiamo per un secondo il piccante del rafano-kren e del ravanello. O la decisa azione lassativa del rabarbaro, il vigore del ginseng.

Non si può cavare sangue da una rapa, è vero, ma tantissima fibra sì. E ferro. E calcio, e fosforo. Perché la terra arricchisce, concentra, salifica. La terra anche racconta, come ci suggeriscono gli insegnamenti degli Indiani d’America.

Le radici sono come scrigni, ognuno con la propria combinazione e il proprio contenuto.

I pirati lo sapevano:

i tesori più preziosi andavano nascosti sottoterra.

Al buio, come fin da bambini apprendiamo dalla filastrocca di Chiccolino, “che là sotto dorme dentro la sua culla”.

Al buio succedono cose straordinarie, talmente potenti da farci spavento. Magiche, ma non soprannaturali, anzi. Intensamente naturali.

“Le Radici” infatti dà il titolo ad una delle più immense intuizioni filosofiche, quella del “mago” Empedocle coi suoi Quattro Elementi o, appunto, Rizomata: Aria, Acqua, Terra e Fuoco.

Secondo il filosofo agrigentino è da lì che veniamo, assieme a tutta quanta la realtà, è di radici che siamo impastati. Oltre a quelle del nostro albero genealogico.

Anche se alcuni sostengono che le radici familiari non siano importanti, perché mica siamo piante. Sarà anche vero, ma provate a raccontarlo a Edipo, Elettra, Ercole, a Raperonzolo, alla Sirenetta.

Storie che ci commuovono non perché sfruttano il jingle della Coca Cola o il pancione di una gravida come nello spot di Calzedonia.

I miti e le fiabe non ci vogliono vendere niente: ci commuovono perché ci strattonano e, con una leggera ipnosi regressiva indotta dalla cantilena del narratore, ci conducono dentro la nostra memoria più antica, ereditata dai nostri antenati.

Jung la chiamava inconscio collettivo, Jodorowsky psicogenealogia.

Quella spinta all’indietro, nei ricordi sepolti, nei simboli, nell’archeologia delle nostre anime, ci risveglia un miscuglio di sentimenti strani che, nella loro somma, un po’ assomigliano alla nostalgia.

Il mito sotterraneo per eccellenza, il più antico mito giunto fino a noi, è quello di Inanna, la più importante dea sumera, Signora del Cielo, che dovrà scendere negli Inferi per recuperare il rapporto con una sorella vedova e incattivita.

Ereshkigal, questo il nome della sorella regina degli inferi, le imporrà di morire a se stessa, di rinunciare a tutto, per tornare in superficie rivoluzionata e “radicata”.

Il primo mito assoluto di morte e rinascita:

gli antichi traducevano il mistero di Inverni e Primavere in versi sacri.

Non solo: la Dea del Cielo, e quindi delle fronde degli alberi, ha molta più potenza dopo che onora la sorella del Mondo di Sotto, curando quindi la parte radicale di se stessa.

Lo sa bene Demetra, dea delle messi, che deve scendere a patti col sapere sua figlia Persefone confinata nell’oscurità per sei mesi all’anno. Non può fare altro che attenderla, teatralizzando così, in modo divino, il ciclo vitale delle piante.

Anche noi del Mondo di Sopra, come Demetra, stiamo aspettando. È questo il tema del lungo Inveprimavera 2020: lo star dentro, come Chiccolino, come ogni radice, che si assicura sia arrivato il momento giusto prima di uscire e germogliare.

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Roberta Schembri
Roberta Schembri

Roberta è una farmacista omeopata, vive in Friuli da più di vent'anni, anche se è nata ad Agrigento, nella Valle dei Templi. Appassionata giocoforza di Miti, Piante, Archetipi e Alchimia. Lavora in farmacia e tiene anche corsi e conferenze in tutta la regione.

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