Arte

FALL FOLIAGE | Luigi Menichelli

FALL FOLIAGE

A cura di Mariaimma Gozzi

Folgorato dal Fall Foliage in New England -durante un viaggio di lavoro per la RAI negli anni novanta- Luigi Menichelli si lascia sedurre dalla poetica del bosco per coglierne il fascino antico. Dal momento in cui l’artista assiste al fenomeno naturale del Fall Foliage -un vero e proprio spettacolo che si può ammirare soprattutto in alcuni paesi del Canada, Giappone e ovviamente New England- s’insinua nella sua sensibilità un processo metamorfico capace di condurlo dalla pittura alla scultura, originando la sintesi di quei fitti boschi, con peculiari ed eleganti creazioni di cultura estetico-filosofico.

Delle nature della natura l’ispirazione si riverbera nelle arti tutte: la musica, la letteratura, la danza. Penso al romanzo della scrittrice anglo-americana Frances Hodgson Burnett, che narra il processo di maturazione di due fanciulli, Mary e Colin, grazie alle cure da essi profuse a un giardino segreto dall’accesso proibito. Così come penso alla poesia di Debra Bloom : “..nel santuario del mio giardino interiore, sento il mio cuore. Nel mio giardino interiore, l’aria si riempie del dolce aroma delle mie vittorie e dei miei successi. I miei occhi sono abbagliati dalla delicata fioritura di relazioni e alleanze che mi portano forza e gioia. Cammino sul fertile suolo –scuro, ricco e umido– pronto a portare avanti una nuova vita.” (Inner gardening) La metafora del giardino per esplorare la propria interiorità deriva dall’antica e sentimentale relazione che l’uomo “aveva” con la natura.

Quando quell’uomo ritenuto “primitivo” la rispettava, la celebrava, la curava. Ma durante il processo “evolutivo” l’uomo ha subito una trasformazione che ha la stravagante caratteristica di “distruggere” il pianeta Gea; senza persuadersi del fatto che distruggere la sanità del pianeta Terra equivale a distruggere se stessi. Innegabile sintesi di tutte le filosofie e religioni. Alcuni popoli possiedono ancora il rispetto di essa, pensiamo agli orientali, attenti alla cura dell’ambiente esteriore -corpo- per rigenerare quello interiore -spirito- ricco dell’osmotico benessere necessario alla psiche; Sembra, al contrario, che altri popoli hanno perduto di vista la millenaria convivenza uomo/natura dimenticando quell’atavico equilibrium -l’inquinamento del nostro pianeta n’è testimonianza viva-.

Accade quindi di stupirsi quando s’incontra la rarità, quasi per assurdo, di un uomo che se ne prende cura e la celebra ogni giorno inoltrandosi nei sentieri boschivi, cercando di ristabilire quel contatto ancestrale da cui sorge il suo rituale di raccogliere le foglie cadute sui quei sentieri alberati per conservarne memoria e farne arte! Ecco, questi è Luigi Manichelli, il poeta del bosco, che da oltre vent’anni esplora l’universo della flora e lo fa addentrandosi nel silente habitat di divinità pagane, di ninfe e di leggendari folletti. Ma si sa, il bosco e pieno di misteri e di insidie,  questo si presta in particolare a un certo genere letterario; penso alla commedia A Mid Summer Night’s del drammaturgo William Shakespeare che sceglie proprio il bosco dove fare abitare quel pazzerello di Puck, o se preferite, Robin Goodfellow: “.. a che colga una viola del pensiero e sprema il succo di questa sugli occhi della moglie addormentata; questo farà invaghire la regina del primo essere, persona o animale, che vedrà al risveglio / dimenticandosi del resto cederà al re delle fate il suo servitore senza protestare..(..)”.

Certo gli inglesi hanno la vocazione del “verde” basti pensare ai pittori William Turner, John Everett Millais, Edward Burne-Jones, o John Singer Sargent, l’elenco sarebbe nutrito e lunghissimo. Sono artisti che Luigi Menichelli studia in particolare nella sua prima indagine espressiva, quella di pittore; e quella vena poetica travolgente si riverbera nel secondo ciclo della sua vita artistica in cui -come detto- sintetizza pittura e scultura.  Dunque cos’è che trascina irrimediabilmente l’animo nostro al cospetto delle sue composizioni? Il ricreato spirito del bosco, che ci narra di come egli sa porgere l’orecchio al vento che s’insinua tra le fronde, sa osservare le foglie che danzando cadono per posarsi sui viali.

Sono viali esteriori e interiori ch’egli percorre per raccogliere quelle foglie, l’una sull’altra, così come sono i giorni vissuti con esse, con la loro essenza, con i loro cromatismi decisi, con le loro stagioni. La foglia, la bacca, l’esile arbusto, ogni cosa parla di sé, purché la si tocchi solo con lo sguardo!  Questo esige la scultura di Menichelli, che pone le sue composizioni nelle teche -non solo per conservarne intatta l’opera- quanto per evocare il senso della sacralità. Si tratta di una protezione che non desidera generare distanza piuttosto vuole che l’occhio posi lo sguardo incantato su ciò che adesso non può più essere violato. Luigi Menichelli torna dunque all’essenza delle “cose” e nella ritualità condotta sulle foglie non trascura la contaminazione con il design. Vezzo che rientra nella logica di rimettere al centro della propria esistenza il vigore della “natura” ri-creando spazi armonici nel quotidiano vivere. 

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