Arte

La scultura di Carolina De Cesaris

Carolina De Cesaris

a cura di Mariaimma Gozzi

La scultura della giovane artista Carolina De Cesaris chiede a chi la osserva una visione a-temporale dell’arte in quanto essa è logos di citazioni e simboli fortemente evocativi. L’indagine, per certi versi, sembra voglia celebrare i manufatti di creta e d’argilla di un passato remoto mesopotamico ma attualizzato, e al contempo materializza visionarie atmosfere suscettibili di continui salti di quota tra sogno e realtà, drammaturgia e commedia, pensiero e azione.

Congeniale si rivela l’enfasi della teatralità che rimanda fortemente a quel candore näïf di cui il punctum lo fa l’estremo senso di leggerezza. Di certo nella verticalità del tempo in cui tutto coesiste s’avverte consistente il progetto, l’architettura interiore tesa a narrare l’uomo e ciò di cui si circonda. Dunque sarà semplice imbattersi in alcune sculture in cui prevale l’oggetto d’uso quotidiano che assume caratteri affettivi e prende forme e sembianze di gusto atavico; così come ritroviamo il sentimento divino di Mater Matuta se osserviamo l’opera La portatrice, un busto di donna con le braccia intente a sollevare un peso mentre nel suo terzo chakra -quello che risponde al Plesso solare – si apre un’abside stellata, il firmamento, in cui al centro v’è posto un uomo di spalle che lo contempla e c’invita a fare altrettanto; egli è dipinto d’argento come un simulacro da venerare, come un oracolo da adorare.

Un’opera elogio all’universo maschile e femminile di cui il titolo è già tòpos. Tra le diverse sculture che evocano la femminilità giunge fortemente persuasiva, accattivante e indicativa, Il cuore in una stanza; dove il busto di una donna, nella scarnificazione, ha un tassello al posto della mammella e del cuore per fare spazio ad una accogliente stanza da letto; più che di un sacrificio o di un organo mancante ella incarna colei che per tradizione è legata al suo “nido” ed esso è indissolubilmente parte di sé.

Vezzosa altresì la metafora che si consuma negli spazi interni/esterni, talvolta osservati dal foro della serratura,  altri dall’alto di tetti e/o pareti mancanti, come a volerti offrire uno spazio da immaginare prima che da vedere, e dove filtrare più che celare, movenze e atteggiamenti.

 Possiamo dire che nelle fessure o finestre che la De Cesaris pone in essere la dualità dentro/fuori enfatizza senza dubbio l’immaginario, lo rende più intrigante, aumenta la curiosità e ti spinge a cercare l’invisibilia; ma è sufficiente cambiare punto d’osservazione per offrirti   atmosfere d’insospettata convivialità, cosicché quegli spazi seppur nell’essenzialità estetica ancora una volta non celano, anzi donano e irradiano un’appagante senso di benessere, di accoglienza, di calore familiare quasi desueto ai giorni nostri. 

In ogni scultura di Carolina viene narrato un momento intimo, un pensiero dedalico, un sogno, un dubbio, un vezzo, un feticcio, una mappatura circostanziale ma l’incipit è soprattutto dato dal vivere quotidiano per risalire alla natura ancestrale dell’uomo, al suo porre fine al peregrinare. E forse l’artista nel ricercarne l’etnia, l’ascesi e la filosofia, segue quella transumanza animistica per cogliere significati altri anche quelli onirici e subliminali.

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