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La Piazza | di Angela Vecchione

Umanità, sbagli e redenzione ne “La Piazza”, esordio di Angela Vecchione

“Il reticolato di stradine che si rincorrevano nel centro storico di Napoli era una raccolta di racconti scritti male, sceneggiature storpiate in dialoghi quasi surreali, dove l’inverosimile sembrava l’elemento di raccordo di tutte le sue comparse. Uomini e donne che le solcavano parevano personaggi stereotipati, troppo scontati per risultare credibili. Eppure, veri. Gli attori di un palcoscenico acceso mille volte, con la sua sintassi umana. Unica”. 

Sembra di vederlo sin dalle prime pagine il mondo della piazza: sfaccettature dell’animo umano, dalla crudeltà, alla generosità, dal sacrificio, alla ricerca di un senso, tutte in una Napoli degli anni ‘80 sfregiata dalla presenza della criminalità organizzata, tra panni stesi, biglietterie, piccoli bar.

Il romanzo di esordio di Angela Vecchione, “La Piazza” (Robin edizioni) , campana di nascita e torinese di adozione, è veloce: ha un ritmo autentico, crudo e trascina il lettore nelle tematiche più forti: la camorra che si ramifica nelle strade e nelle vite, le droghe, come l’esplosione dell’eroina, gli abusi sessuali, gli aborti, la ricerca di un riscatto sentito e potente.

Una storia con un focus al femminile, quello dato dalla protagonista Rosa, “una donna plasmata da legami famigliari in cui crede ostinatamente, nonostante gli abusi subiti dagli uomini della sua vita, tutti, eccetto Domenico e i suoi figli”, ma che ha una trama corale, in cui, si intrecciano le storie di una generazione e di un quartiere in cui resta immutata la speranza. I tratti di una umanità che grazie alla scrittura dell’autrice è tattile.

La Piazza diventa quindi un palcoscenico in cui si muovono personaggi realmente visti, sfiorati: piazza Garibaldi si concretizza sin dalle prime pagine, con i sui volti, i suoi odori, il corpo dei Falchi che la attraversa per contrastare la criminalità per strada, le voci dei bambini, come i figli di Rosa, Diego e Daniele, per cui le madri sognano un futuro migliore e non irretito dalle maglie soffocanti della camorra. Una piazza figlia di qualche decennio fa e che magari adesso è mutata, trasformata anch’essa da una nuova sociologia di quartiere, ma, che rilancia archetipi umani e sociali che esistono sempre e comunque.

“Aveva compiuto la solita trafila. Prima la garitta esterna, l’identificazione, la sala d’attesa, la perquisizione compiuta da un’agente donna, il controllo delle vivande e del vestiario”: inizia così l’ingresso in carcere di Rosa che va a colloquio con il marito, Salvatore, affiliato al clan dei Cannino, che anni prima aveva concepito con Rosa una creatura da espellere secondo il padre di lei, perché ancora giovani, ancora non sposati. Salvatore sceglie il percorso criminale, a differenza di Antonio e Vincenzo, altri due personaggi intensi del romanzo, una coppia improbabile fondata sull’accudimento di uno dei due, in sedie a rotelle, due tossici che vivono in stazione e la piazza è casa loro, il set dove ripercorrono la loro storia triste di spacciatori incastrati, costretti, falliti.

Rosa si muove in equilibrio tra il clan col quale vuole rompere ogni rapporto come il mese di retribuzione da quando il marito è in galera, l’occultamento dei libri contabili, poi la storia d’amore con Domenico, uno dei Falchi.

E l’affetto che la lega alla sorella Giuliana, che porta con sé le ferite di abusi famigliari profondi, di un padre violento e pericoloso.

“Non si può sopravvivere a qualcosa di terribile senza che quella cosa continui ad ammazzarti perpetuamente” ed è così che i traumi vissuti dai protagonisti della piazza continuano a essere presenti, vividi. Ma da questi traumi l’autrice sceglie di far muovere le vicende dei protagonisti nel senso del riscatto, della risoluzione e di un futuro diverso per Diego e Daniele, i più piccoli, la cui voce è sempre quella più fuori dal coro: sono i protetti, quelli che devono emanciparsi dai vicoli scuri e dalle colpe dei padri.

Tutto si muove dal centro, la piazza, il nucleo, non solo luogo geografico e metropolitano, ma coacervo di destini connessi tra loro, tra il bene e il male. Il romanzo di Angela Vecchione parte e descrive il “basso” per innalzarsi oltre gli stereotipi degli abusi patriarcali, dei fuggiaschi, delle storie d’amore ostacolate, della miseria. 

“Luce e ombra si alternarono su quel vicoletto di piazza Mercato e sulla città tutta. Luce e ombra a coprire i corpi in transito e fermi. Luce e ombra. Prima che fosse tutta luce e basta”.

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