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Joe Biden, lo zio (buono) d’America

Biden, il nuovo presidente USA: l’ascesa sociale e le tragedie dell’uomo più potente del mondo

Con un’esperienza politica di quasi mezzo secolo, Joe Biden è un esperto di affari internazionali e promotore di battaglie contro la droga e le diseguaglianze. Identificato a più riprese come lo “zio buono” degli americani, abituati negli ultimi quattro anni, alle intemperanze esplosive, alla personalità vulcanica, a tratti indecente, della presidenza Donald Trump.

Un vero e proprio middle class hero, segnato da terribili tragedie familiari: questo è Joe Biden, l’ex vice di Barack Obama che gli americani hanno eletto alla Casa Bianca.

Non proprio verdissimo, dato che compirà 78 anni tra pochi giorni, Biden è un democratico moderato arrivato con titubanza alla presidenza: nel 2016, devastato dalla morte per tumore al cervello del figlio Beau, rifiutò di candidarsi. Avrebbe avuto probabilmente più chance di Hillary Clinton nella sfida a Donald Trump.

Nel dicembre 2020, il celebre settimanale statunitense Time lo ha prescelto quale «persona dell’anno» insieme alla vicepresidente eletta Kamala Harris

Presidente per tre lustri della Commissione Esteri del Senato, Biden aveva cominciato ad occuparsi di affari internazionali nel 1997. Ha perso, da numero uno della Commissione Giustizia, la battaglia contro la nomina del giudice nero conservatore Clarence Thomas alla Corte Suprema: uno dei togati che, con l’infruttuoso ricorso esperito da Trump, avrebbe potuto sbarrargli la strada.

Dalla Pennsylvania all’Oval Office: Joseph Robinette Biden è nato in una famiglia irlandese a Scranton, la grigia città delle miniere di carbone, simbolo del decadimento profondo dell’industria tradizionale. Nell’infanzia, mentre frequentava la scuola elementare, ha vissuto nel Delaware, lo Stato dove, negli anni del Senato, è tornato ogni sera in treno per far da padre ai figli, dopo essere rimasto vedovo.

Primo presidente cattolico dopo JFK, in tasca ha dichiarato di non lasciare mai il rosario appartenuto al figlio Beau, Biden è favorevole all’aborto e, sulla stessa linea di Papa Francesco, strenuo combattente nella lotta ai cambiamenti del clima:

“Rientrerò nell’accordo di Parigi, sin dal primo giorno alla Casa Bianca”, ha promesso dopo le elezioni.

Da ragazzo era balbuziente. Soprannominato “Dash” (trattino) perché non riusciva a terminare le frasi, è guarito esercitandosi allo specchio. Suo padre, ricco e scapestrato da giovane, aveva subito rovesci finanziari e il giovane Joe lavorava sette giorni su sette vendendo auto in un concessionario, pulendo caldaie. Ha raccontato di aver passato le domeniche dietro un banchetto al mercato.

Mai studente brillante, riuscì comunque a laurearsi in legge nel 1969 all’Università di Newark. Nel 1972, a soli 29 anni e dopo aver fatto l’avvocato d’ufficio con modesto successo, si candidò al Senato. Solo lui e la famiglia pensavano che ce la potesse fare, ma venne eletto.

E’ il sesto componente più giovane della camera alta nella storia degli Stati Uniti.

Breve però la gioia del trionfo: poco prima di Natale la moglie Neilia e la figlia di 13 mesi Naomi rimasero uccise in un incidente stradale. I due maschi, Beau e Hunter, finirono in ospedale gravemente feriti. Non è stata l’unica tragedia a funestare la vita di Joe: nel 2015, il figlio maggiore Beau, ex procuratore del Delaware e capitano della Guardia Nazionale, è morto di cancro al cervello a soli 46 anni, lasciando nel padre un vuoto incolmabile.

Hunter, il minore, gli ha causato non pochi guai, tra dipendenze dalla droga e business bizzarri in Paesi come Ucraina e Cina, rimbalzati sul padre con accuse di conflitto di interesse. Biden ha anche una figlia, Ashley, dalla seconda moglie Jill Jacobs, italo-americana e professoressa in un community college, sposata nel 1977 nella Chiesa dell’Onu a New York. Ha due cani: Major e Champ.

La corsa che ha appena vinto, giurando lo scorso 20 gennaio, è stata la terza di Biden alla Casa Bianca:

la prima, nel 1987, finì male quando si scoprì che aveva “copiato” un discorso da un leader inglese. Nel 2008 a Obama aveva portato un bagaglio di esperienza e un cuore sincero. Fu ricompensato con un accesso senza precedenti nelle stanze dei bottoni: partner, oltre che amico, del più giovane presidente che, tra i molti incarichi, gli aveva affidato nel 2008 quello di affrontare il “disastro continuo” della crisi economica dal punto di vista della classe media, da lui definita “la vera spina dorsale del Paese”.

Molti e difficili gli impegni all’orizzonte nei primi mesi di presidenza: la pandemia da Coronavirus ancora da sconfiggere (gli Stati Uniti restano il Paese più colpito al mondo, con oltre 400000 morti) e la gravissima crisi economica ed occupazionale che è sorta e si è aggravata, parallelamente all’epidemia.

Il tutto condito dalla voglia di chiudere la triste pagina firmata Trump, iniziata a suon di fake news e minacce di guerra mondiale via social e chiusa, se possibile peggio, con il vergognoso assalto dei suoi sostenitori al Congresso.

Data l’importanza che, storicamente, il capo della Casa Bianca, riveste nell’equilibrio dell’assetto politico mondiale, non possiamo che auguragli: “Good luck, uncle Joe!”

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