I fari di Charles Baudelaire sono gli artisti

I Fiori del male è l’opera più famosa di Charles Baudelaire, tra le più conosciute del panorama poetico tutto. Con questa rivoluzione letteraria, che unisce gusto per il macabro a bellezza, Baudelaire ha elaborato concetti chiave e tematiche che saranno un’influenza fondamentale per la sua epoca. Tra queste lo spleen, l’idea di una malinconia e sofferenza intrinseche nell’uomo e nell’artista, la concezione salvifica della poesia che coglie la bellezza in tutto, il gusto per il brutto, l’esagerato, l’orrido, le fantasie e le immagini così macabre e grottesche, aspetti che fecero guadagnare a Baudelaire la fama di satanista e peccatore.

Con il tempo questo poeta è stato fortunatamente rivalutato e spesso lodato nella sua grande profondità e particolarità. Impensabile poter parlare di tutta la grandiosa opera dell’autore in un solo articolo, quindi qui ci concentreremo sulla sesta poesia: I fari, dedicata all’arte. In questo componimento, il poeta fa un quadro (letteralmente) di una serie di artisti, descrivendone le caratteristiche. Il tema centrale è, naturalmente, l’arte e la sua potenza. Tra le arti Baudelaire non inserisce la sua, la letteratura, ma cita soprattutto pittori, uno scultore ed un compositore. Anche le nazionalità degli artisti citati sono differenti: italiani, francesi, fiamminghi ed uno spagnolo.

Sacro e profano in Charles Baudelaire

Rubens fiume d’oblio, di pigrizia giardino,
guanciale di fresche carni che non l’amore
ma la vita smuove e percorre infinita
come aria nel cielo, onda sull’onda;

Leonardo da Vinci, specchio fondo e oscuro
dove angeli stupendi con un riso
di misterioso incanto aggiorno da un’ombra
di pini e di ghiacciai loro dimora;

La poesia inizia in medias res, ovvero immediatamente senza troppe introduzioni con il primo nome: Rubens. Prima di tutto, infatti, il poeta ci parlerà di due grandi geni della pittura e non solo, visto che cita successivamente Leonardo Da Vinci, che sappiamo essere simbolo per antonomasia dell’eclettismo. Rubens viene introdotto da una similitudine con la natura, quindi con l’aria, il cielo e il mare. A Da Vinci viene riservata la metafora angelica, sempre unita alla presenza di elementi naturali, quali i pini e il ghiaccio. Questa immagine ossimorica ci rimanda all’ambiguità che caratterizza i dipinti di Da Vinci.

Charles Baudelaire poi cita Rembrandt e Michelangelo, uniti dal riferimento a Cristo, che Rembrandt ha così brillantemente dipinto nelle sue tele, incentrate soprattutto sul Nuovo Testamento. Con Michelangelo ancora una volta Baudelaire unisce due temi che gli sono cari: il sacro ed il profano. Unisce Ercole a Cristo, due soggetti che Michelangelo ha entrambi scolpito, anche se come sappiamo il primo è perduto. Tuttavia in questo momento il poeta si riferisce di più al lavoro pittorico di Michelangelo, in particolare al Giudizio universale, in cui l’artista celebra il corpo umano.

La malinconia e la violenza della società

Allo scultore Puget viene riservata la sola quartina particolare: l’unica, infatti, che non inizia con il nome del pittore. Sia Puget che Watteau sono due artisti malinconici, qui però vediamo una sovrapposizione tra la fiacchezza e la maliconia del primo e il “carnevale” del secondo. In questo caso a evidenziare, forse, la capacità dell’arte di cogliere la confusione e la molteplicità (per dire come farebbe Calvino) dell’esistenza.

Vi sono poi tre artisti: gli ultimi due pittori e un compositore. Il primo, Goya, fu molto attrezzato da Baudelaire, cosa che non deve stupire se consideriamo i gusti anche poetici dell’autore. L’arte di Goya, soprattutto in seguito alla sua malattia, si tinge di toni tragici e di intensa intimità. Baudelaire non può mancare di porre l’attenzione sulla figura della donna a lui così cara, che vediamo in moltissime sfaccettature: streghe, vecchie, fanciulle. Un gusto per l’oscurità affascinante e spaventoso allo stesso tempo.

Infine Delacroix che viene paragonato a Weber, l’ultima grande rappresentazione artistica. Il fatto che Baudelaire scelga la musica non è qualcosa di casuale o che ci deve stupire: la musica è considerata la prima grande arte, dai Pitagorici simbolo per eccellenza dell’armonia matematica che domina il mondo, di quell’equilibrio che presso gli antichi era sinonimo di bellezza.

Delacroix è poi il pittore più vicino a tutti all’autore, cronologicamente parlando e riflette la violenza (il lago di sangue) della modernità, della società dell’epoca in cui egli vive. Si è vista l’intenzione di rovesciare qui la quartina dedicata a Leonardo, in quanto come abbiamo visto prima parlava di “angeli” e qui parla di “angeli malvagi” (nella traduzione che riporto si parla di “alieni”, ma in originale sarebbe anges charmants per Leonardo, che diventa anges mauvais per Delacroix).

L’arte manifesto di dignità

La conclusione della poesia è esplicativa di una parte fondamentale del pensiero di Charles Baudelaire. Vediamo molti riferimenti alle grida, la parola “mille” ripetuta più volte, un climax all’inizio che poi ci mostra il quadro dell’arte e della sua immensa luce. Un divino oppio, un faro, che ci illumina la via e ci mostra come siamo degni di vivere. L’arte tutta, in generale, ha questa capacità e la poesia stessa può condurci, dopo le bestemmie, i lamenti, ad una forma di salvezza, simboleggiata da quei “Te Deum”, ovvero i canti di ringraziamenti a Dio. La poesia non viene citata, è vero, ma è la stessa poesia a raccogliere le testimonianze della bellezza e della potenza dell’arte, che ci salva dall’oscurità.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura. È una tuttofare nell'ambito della letteratura e scrittura: docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per giornali, riviste e siti di divulgazione culturale e critica musicale. È autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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