La promessa di Barnett Newman | Silenzio e Attesa

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The Promise


La promessa. Si tratta di un’opera dell’artista americano Barnett Newman, un dipinto del 1949 raffigurante due linee verticali su sfondo nero. 

D’altronde lo stesso Newman usava dire “noi sosteniamo l’espressione semplice del pensiero complesso”. Chiamava le sue linee zip, cerniere: l’osservatore può farle scorrere nella mente e aprirsi ai significati dell’immagine, quelli voluti dal pittore ma anche altri significati personali, frutto di ogni sguardo diverso. Gli sfondi di Newman, solitamente scuri su tele molto grandi, sono abissi da scrutare. 

Le cerniere, però, servono anche a chiudere: possono fermare il buio che incombe, qualora l’osservatore fosse a disagio in quel nero stagliato sul fondo della tela. Possono lasciare fluire o bloccare, a scelta.

La Promessa


Una linea più chiara, quasi bianca ma soprattutto dritta: priva di sbavature, perfetta. Severa forse, un po’ disarmante per chi la guarda in cerca di altro, ma anche serena nella sua consapevolezza. Accanto a lei un’altra linea, stavolta grigia e, come dire? Spiegazzata. Piena di bozzi, come se la mano dell’autore avesse tremato nel disegnarla, come se fosse la fiamma di una candela disturbata da un po’ di vento. 

La portata spirituale del soggetto è profonda: se nella linea chiara e intonsa possiamo vedere Dio, il Verbo nella sua perfezione, nell’altra troviamo l’uomo; un colore un poco più sporco, più oscuro… I contorni frastagliati, instabili come la vita umana. Ma Dio ha fatto una promessa, ha creato l’uomo a propria immagine: perciò quella linea sofferente, così com’è nel suo difetto, può ancora stare accanto alla linea bianca. Non al lato opposto della tela, non agli antipodi rispetto al segno divino. Vicina.

Le linee sono parallele, una scelta dell’artista che regala all’opera sia serenità che tensione, ma mai disperazione. La serenità viene dall’ordine geometrico tipico dei lavori di Barnett Newman, un ordine che ha molto a che fare con la fede: se nell’universo esistono leggi ferree come quelle della matematica e della geometria, allora forse è vero che certe cose accadono perché devono accadere. Basta guardare il dipinto non dal punto di vista della linea grigia, la quale scorge solo la distanza che la separa da quella bianca, ma dalla parte dell’osservatore che può già riconoscere la trama completa.

La tensione, certo, è creata da quelle due stilettate poste una di fronte all’altra sulla tela: inflessibili, forse vorrebbero avvicinarsi ma una di esse trema. La tensione scaturisce dall’attesa che precede l’adempimento… negli eoni vissuti dall’uomo prima che la promessa si realizzi, uno spazio nero continua a separarlo da Dio. Eppure non c’è reale desolazione in questo dipinto, poiché la definizione geometrica dell’espressione “linee parallele” è duplice: possono prolungarsi all’infinito senza incontrarsi mai, oppure possono incontrarsi solo all’infinito. Ma l’infinito, guarda caso, è ciò che è stato promesso.

Nel buio uniforme le linee spiccano come segni ancestrali, e forse mentre dipingeva Newman aveva in mente il primo verso della Genesi: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Dio disse «Sia la luce!»”.

Nell’opera la linea bianca rappresenta la luce, Dio stesso rappresenta la luce; e la linea grigia, pur in misura minore, è a sua volta portatrice di una luce (anche se non la luce). Tuttavia si ha anche l’impressione che lo sfondo nero non incarni qualcosa di negativo come la tenebra prima della Creazione: la notte di Newman è più il silenzio di un lungo sonno, da cui tutte le linee un giorno si desteranno. Un silenzio che deve essere buio, perché la luce risalta solo contro un cielo scuro. 

La promessa di Barnett Newman ha una forza incredibile. Forse sono soltanto linee, ma ognuna di esse è tratteggiata al suo posto, nel suo colore. In un’altra posizione o in un colore differente, quelle linee non sarebbero più loro. 

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Elisa Costa

Elisa è nata a Busto Arsizio il 29 maggio 1991. Si è diplomata al Liceo Classico Daniele Crespi di Busto Arsizio nel 2010, e nel 2013 si è laureata in Scienze dei Beni Culturali presso l'Università degli Studi di Milano. Da poco più di quattro anni lavora come addetta ufficio stampa per l'agenzia letteraria Saper Scrivere Bene. Nel 2017 ha ottenuto il diploma di correttore di bozze dopo aver frequentato un corso di cdb presso la casa editrice Panesi. Nel frattempo ha cominciato a lavorare anche da freelance sia come addetta ufficio stampa (in ambito letterario e non) sia come editor per la scrittrice e giornalista Beatrice Masci. Inoltre ha tenuto per qualche tempo dei corsi online di grammatica italiana per stranieri. Nei ritagli di tempo offre lezioni private di letteratura, filosofia, storia dell'arte e altre materie umanistiche. In futuro vorrebbe aprire un'agenzia letteraria propria; nel frattempo è diventata la titolare, insieme ad altre due socie, dell'agenzia di servizi editoriali Servizi d'Autore. Sta inoltre frequentando un corso/tirocinio di editing presso la casa editrice Genesis Publishing. Come autrice ha pubblicato, dal 2011 a oggi, due raccolte di poesie ("Poesie per te", edita da Aletti, e "50 giorni con le streghe", edita da Eretica) e un breve romanzo, "Il cuore dello sposo" (Eretica Edizioni). Inoltre nel corso degli anni ha pubblicato un certo numero di poesie in antologie di autori vari, alcune edite da Aletti e una edita da Pagine. Nel 2016 il suo racconto "Pomeriggio di caccia" è stato pubblicato nell'antologia "Io scrivo per voi: parole per ricostruire", un'opera il cui ricavato è stato devoluto alle vittime del terremoto del 24 agosto 2016. Da aprile 2016 a febbraio 2017 ha lavorato come redattrice per il webmagazine Hall of Series. Nello stesso anno il suo racconto "Il dio lavoro" è arrivato tra i primi dieci finalisti del Premio Letterario Cremascolta 2016. Nel 2019 ha scritto per Vizi Editore una biografia romanzata di Tim Burton, la quale è stata pubblicata in forma di audiolibro. La sua poesia "Salvami" sarà presente nel primo numero della rivista Polyglot Poetry Magazine.

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