Carpe diem | L’insegnamento di Orazio

Il carpe diem da secoli ci insegna a vivere

Carpe diem. Quante volte abbiamo sentito dire queste due parole? Infatti è ormai una citazione, un motto, uno slogan, inflazionato e amato, usato e abusato. Anche da chi magari non ha idea di quale sia l’autore ad aver pronunciato – o meglio – scritto questa celebre frase. L’insegnamento di Orazio ha attraversato letteratura, cinema, spazio e tempo. Lo ritroviamo in tatuaggi, su magliette, nei film come l’indimenticabile L’attimo fuggente, con Robin Williams come protagonista.

La scena di “L’attimo fuggente” in cui il Professor Keating (Robin Williams) insegna ai ragazzi a cogliere l’attimo

La vita di Orazio

Orazio nacque l’8 Dicembre del 65 a. C. a Venosa, all’epoca colonia romana (che si trova vicino Taranto). Figlio di un liberto, studiò in Grecia la filosofia e la poesia greca, che riprende molto nelle sue opere. Tornato a Roma, fece parte del circolo di Mecenate, la cerchia di intellettuali di cui si circondò l’Imperatore Augusto, grazie proprio a Mecenate, un uomo colto e dissoluto ed eccentrico. Mecenate fu grande amico di Orazio, così come lo stesso Imperatore. Per questo e anche grazie al suo talento Orazio fu un poeta amato e letto a Roma.

La produzione letteraria di Orazio fu varia e corposa. Comprende Satire – genere tutto latino – Odi, Epodi, ma ci sono pervenute anche le Epistole, la cui più famosa è senz’altro l’Ars poetica. Il famoso motto carpe diem è tratto dalla sua ode più conosciuta e letta, che è stata riproposta anche da altri scrittori nel corso dei secoli.

L’ode I, 11 la più famosa di Orazio

L’ode è dedicata a Leuconoe, un nome su cui i critici hanno più volte dibattuto. Alcuni hanno focalizzato la propria attenzione sul fatto che si adatti perfettamente al metro dell’ode, altri sulla possibilità di un nomen loquens, ovvero nome parlante. Poiché l’aggettivo λευκός (leukos) in greco antico significherebbe brillante o bianco, alcuni critici lo hanno inteso anche come puro quindi ingenuo, ma non è un significato che gli apparteneva presso i Greci. Giovanni Pascoli nella sua traduzione dell’ode traduce il nome della donna proprio come “Candida”, mentre ad esempio altri come Alfonso Traina o Cesare Pavese la preservano come Leuconoe.

Goditi l’istante e non creder per nulla al futuro.

– La fine dell’ode tradotta da Cesare Pavese

Ad ogni modo, Orazio parla con questa ipotetica destinataria e la rimprovera per la sua ingenuità, poiché si danna pensando al domani. Invece, ciò che dovrebbe fare è proprio carpe diem, un imperativo che dice: “cogli il giorno”, quindi “cogli l’attimo”, vivere ogni giorno come fosse l’ultimo senza pensare al domani, ma cogliendo tutto ciò che il presente ha da offrirci. In questo modo vinciamo la fugacità della vita.

Il carpe diem di Seneca, Pessoa e il vero significato del monito

Tanti autori latini successivi a Orazio hanno ripreso questo concetto, ad esempio Seneca che al tempo dedicò diverse sue opere, come il De brevitate vitae o la prima delle Epistulae morales ad Lucilium. Essere padroni del tempo, secondo Seneca, significava sfruttare al meglio il proprio tempo, non lamentandosi di averne poco, poiché non è vero che abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto.

Il poeta Fernando Pessoa, poi, ha voluto omaggiare Orazio nelle sue Odi di Ricardo Reis:

Lidia, non costruire nello spazio

che immagini futuro, o per domani

Non impegnarti. Agisci oggi, non aspettare.

Tu sei la tua vita.

Anche lui parla a una donna, in questo caso di nome Lidia. Pessoa era un grande appassionato di Orazio, quindi ha interpretato il tema in maniera coerente.

Il motto oraziano, che come detto è usatissimo, ha conquistato il cuore di molti, ma stiamo ben attenti a non fraintenderlo: Orazio non vuole invitarci al divertimento e alla dissolutezza. Nell’ode parla anche del vino ma unicamente come metafora della vita, vuole infatti invitare la donna a cui si rivolge – quindi anche tutti noi – anzi a fare il meglio con ciò che già abbiamo, senza inseguire eccessi.

Un esempio di “fraintendimento” del carpe diem si ha nell’antagonista del film Disney Pixar Coco: per “cogliere l’attimo” arriva a uccidere il suo migliore amico, sicuramente Orazio non avrebbe approvato. Il tratto distintivo della poetica oraziana era del resto la μετριότης (metriotes, moderazione), ovvero la misura nelle cose. Est modus in rebus, ovvero c’è misura nelle cose. Questa misura va trovata nell’autoconsapevolezza e nella capacità di discernere le cose importanti della vita, quindi prima di tutto il presente.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne e una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica. È una tuttofare nell'ambito della letteratura e scrittura: docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per giornali, riviste e siti di divulgazione culturale e critica musicale. È autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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