Inquinamento Marino: il dramma dei rifiuti Plastici.

Rifiuti Plastici.

I rifiuti plastici in mare sono molto resistenti e persistenti, basta pensare che si considerano necessari dai 10 a 600 anni affinché si possano degradare; questo lasso di tempo, considerato il sempre crescente accumulo di detriti di plastica in mare, è certamente incompatibile al raggiungimento di uno stato ambientale soddisfacente.

Qualunque rifiuto impropriamente smaltito, trasportato o conservato, è potenzialmente un rifiuto marino. Molto importante è risalire alla zona sorgente di tale inquinamento. Le principali sorgenti provenienti da attività terrestri sono riscontrabili:




• in uno scorretto smaltimento dei rifiuti nelle singole case;
• in un’errata gestione dei rifiuti urbani a tutti i livelli, dalla raccolta al trasporto, fino al trattamento ed eliminazione finale;
• nello smaltimento delle acque reflue comunali non trattate, sia per la mancanza di un idoneo impianto di trattamento sia come conseguenza di forti precipitazioni che determinano l’arrivo in mare di grandi volumi di acqua e di tutto ciò che essa è in grado di trasportare;
• nello smaltimento illecito di rifiuti industriali che possono contenere, ad esempio, residui dei processi di lavorazione, imballaggi o materiale grezzo, sferule di plastica o resina utilizzate come materie prime;
• nell’abbandono sulle spiagge di rifiuti vari, derivanti da attività turistiche e ricreative.

Rifiuti Marini.

Annualmente la stima dei rifiuti marini smaltiti negli oceani e nei mari è di 6,4 milioni di tonnellate mentre quotidianamente la stima è di circa 8 milioni, di cui, approssimativamente 5 milioni sono persi dalle navi.

I rifiuti provenienti da fonti terrestri finiscono in mare attraverso fiumi, scarichi, sbocchi di acque reflue e si accumulano lungo i litorali attraverso l’azione del vento e delle onde.

Tuttavia, anche le attività marittime possono rappresentare fonti rilevanti.

La la pesca commerciale, la navigazione mercantile, il trasporto passeggeri e navigazione da diporto; le piattaforme per l’estrazione di greggio e gas, gli allevamenti ittici e una scorretta gestione dei rifiuti prodotti e gestiti nelle aree portuali.

Il materiale organico decomponendosi ritorna ai suoi composti di base, mentre la maggior parte delle materie plastiche non si decompone completamente.

La Fotodegradazione.

In tale processo, inoltre, entra in gioco anche la fotodegradazione da luce solare, a causa della quale i detriti vengono gradualmente frammentati in pezzi sempre più piccoli che, in funzione della tipologia del materiale dal quale originano, possono galleggiare o affondare.

Le plastiche introdotte nell’ambiente si trovano flottanti sulla superficie del mare, affondate o spiaggiate. Le materie plastiche galleggianti sembrano accumularsi principalmente nei grandi gyres oceanici della terra spinti dalle correnti.

Ad esempio, il grosso accumulo nella cosiddetta “Great Pacific Garbage Patch” è stata determinata con una certa accuratezza.



Un’immensa massa di spazzatura che vaga nell’Oceano Pacifico, di oltre 21 mila tonnellate di microplastica, in un’area di qualche milione di kmq, con una concentrazione massima di oltre un milione di oggetti per kmq.

Questi residui, non sono metabolizzabili dagli organismi, e finiscono per formare un vero e proprio “brodo” nell’acqua salata dell’oceano.

Gli effetti dell’accumulo di rifiuti.

L’insieme di questi effetti può causare alla flora ed alla fauna marina danni gravi se non irreversibili (soffocamento, annegamento, fame e indebolimento); va infatti ricordato che i detriti di più piccole dimensioni, ad esempio micro e meso detriti, sono simili al plancton, che è parte fondamentale della catena alimentare marina.

La rimozione di questi detriti infinitesimali provocherà inevitabilmente anche quella di una certa quantità di plancton, privando pesci ed altri organismi del loro nutrimento con ripercussioni sull’intera catena alimentare; la raccolta di detriti di maggiori dimensioni potrebbe avere invece effetti negativi su pesci di taglia analoga o superiore.

A livello indiretto i detriti, trasportati da venti, correnti o dagli stessi natanti in transito, possono trasformarsi in vettori di specie invasive. Inoltre, l’ingestione di plastica può portare lungo la catena alimentare al bioaccumulo di tossine in pesci, uccelli e altre forme di vita marina.

Tuttavia, la conoscenza dell’argomento è per alcuni aspetti ancora lacunosa.

L’impatto dei detriti marini è continuamente oggetto di indagine a causa della limitata conoscenza circa la distribuzione di tali detriti in colonna d’acqua.

A livello Europeo, questo tipo di inquinamento viene affrontato dalla direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino 2008/56/CE, che prevede il raggiungimento di uno stato ambientale soddisfacente per tutte le acque marine dell’UE entro il 2020.

Diversi studi hanno dimostrato che le micro-plastiche assorbono PCB dall’acqua di mare.

Oltre all’assorbimento dall’esterno, nella matrice plastica sono contenuti vari additivi di particolare rischio. Durante il processo di degradazione i composti chimici presenti nella matrice plastica sfuggono e vengono trasportati a lunga distanza.

Un contributo considerevole alla presenza di microplastiche è dato dalle industrie di pellet. Piccoli granuli in materiale plastico di varia forma (in genere piccoli cilindri o dischetti del diametro di circa 1÷5 mm), costituiti da polimero o da una miscela polimerica e utilizzati come materia prima per la realizzazione dei prodotti finiti in materiale.

Gli effetti di questo tipo di inquinamento possono causare, direttamente, alla flora ed alla fauna marine danni gravi se non irreversibili (soffocamento, annegamento, fame, e indebolimento).

La Caretta caretta è la tartaruga marina più comune del Mar Mediterraneo.

La specie è molto minacciata in tutto il bacino ed è a rischio di estinzione nelle acque territoriali italiane.

Caretta caretta scambia busta di plastica per cibo

Sono animali onnivori, si nutrono di molluschi, crostacei, gasteropodi, echinodermi, pesci e meduse, ma nei loro stomaci è stato trovato di tutto, dalle buste di plastica a tappi, preservativi, bambole, portachiavi, bottoni, penne, posate e altri oggetti di plastica.

I prodotti chimici presenti nelle particelle di plastica quando ingerite dagli organismi biomagnificano. In uno studio su Caretta caretta nel Mediterraneo occidentale, sono state rinvenute nel 79,6% dei casi dell’intero campione di tartarughe, presenza di detriti di origine antropica nel loro tratto digerente, di cui circa il 60% di origine plastica.

Anche gli uccelli marini, secondo un nuovo studio, sono attratti dai rifiuti in plastica. Credono che sia cibo, non solo per l’aspetto ma anche per l’odore; altro esempio, a Sotra, in Norvegia, un luogo poco frequentato dai cetacei, è stata trovata una balena morta. Gli scienziati locali pensavano solo di aver ottenuto uno scheletro inusuale per il museo di scienze.

Ma la scoperta che ad ucciderla erano stati dei sacchetti di plastica, che avevano di fatto soffocato i suoi organi interni, ha reso la morte del mammifero una news globale: è la storia raccontata da “Balena di plastica” (A Plastic Whale, un documentario prodotto da Sky News).

Contenuto stomacale Balena

Insomma gli oceani si riempiono sempre più di rifiuti in plastica, e sono centinaia le specie marine che li mangiano per errore.

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Fabrizio Serrentino

Nato a Napoli, appassionato e laureato in Scienze Naturali, attività preferite: viaggiare, navigare, fotografia naturalistica e praticare sport

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