La catabasi | La discesa agli Inferi nella letteratura

La catabasi è una tradizione letteraria

Catabasi è un termine che deriva dal greco καταβαίνω (katabaino) ovvero discendere ed indicava presso i greci proprio la discesa di una persona nell’Ade. La catabasi è un topos letterario, si riscontra quindi in molte opere ed è tipica della cultura greca. Infatti, l’ultima delle fatiche di Eracle fu proprio la discesa negli Inferi.

Questo termine nel linguaggio moderno viene usato per indicare anche la ritirata militare. Nella letteratura, invece, è proprio il momento in un’opera letteraria in cui un personaggio si trova nell’aldilà. Un altro topos letterario è la necromanzia, dal greco νεκρός (necrós) cioè “morto” e μαντεία (manteìa) ovvero “predizione”. Essa definisce il momento dell’evocazione dei morti. Oggi è molto usata soprattutto nella narrativa di genere fantasy. Esiste perfino una carta del gioco Yugioh che porta questo nome, in quanto il suo effetto è quello di rievocare quattro mostri dal cimitero delle carte dell’avversario.

Gli esempi di catabasi e di necromanzia sono tanti e la maggioranza illustri, perfino Cristo discende agli Inferi secondo, tra gli altri, la Summa Theologiae di San Tommaso d’Aquino. Inoltre, l’opera più importante della storia della nostra letteratura è interamente costruita su una catabasi: la Divina Commedia di Dante, che ovviamente dialoga con una importante tradizione antecedente.

“Di me ricordati, onde io non resti senza lagrime addietro”

L’XI libro dell’Odissea di Omero viene considerato il primo esempio di catabasi (anche se il primo è la Discesa di Ištar negli Inferi, un racconto della mitologia mesopotamica). In realtà, Ulisse non scende letteralmente nell’Ade, ma rimane sull’ingresso. Per questo alcuni critici sono più propensi a definire quella di Ulisse come una necromanzia e ad individuare come primo esempio di catabasi l’Eneide. Tuttavia, Odisseo ha comunque un incontro con i defunti in cui si rievocano varie tematiche come il destino e la memoria. Quindi che si tratti di necromanzia o catabasi poco importa, in quanto questo passo dell’Odissea ci permette di comprendere alcuni aspetti culturali interessanti.

Ulisse incontra innanzitutto il suo compagno Elpenore, morto poco prima, che lo implora di dargli degna sepoltura e ricordarsi di lui, così che non possa svanire del tutto. Infatti, secondo la cultura greca chi non veniva degnamente sepolto era destinato a vagare senza meta in una zona esterna all’Ade e ad essere dimenticato. Il ricordo dei morti presso gli antichi, come sappiamo, era di fondamentalmente importanza.

Incontrare i propri cari nell’aldilà

La tematica della tomba senza lacrime verrà ripresa da Ugo Foscolo nella famosissima A Zacinto, in cui l’autore ha esplicitamente avuto Omero e soprattutto Ulisse come modello. Come il re di Itaca, Foscolo ha paura di non poter mai tornare in patria e come Elpenore di ricevere una tomba senza lacrime (a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura).

Da un lato, quindi, il ricordo e dall’altro la preoccupazione di lasciare i propri cari. Infatti, Ulisse incontra anche Achille, che come faranno i defunti della Divina Commedia a Dante, chiede notizie sui suoi parenti (e di Peleo, del mio gran genitor, nulla sapesti?). Il momento senz’altro più importante di questo passo è l’incontro con l’indovino Tiresia, che predice a Ulisse il suo futuro. Tale scena è un espediente narrativo molto interessante, in quanto permette al lettore di scoprire ciò che succederà, al di là del fatto che lo sappia anche il fittizio protagonista.

Tuttavia, il passo sicuramente più famoso della catabasi omerica è l’incontro di Ulisse con sua madre. Il re di Itaca si stupisce di vederla fra i morti e comprende da ciò che ella è defunta mentre lui era via. Infatti, Ulisse è lontano dalla sua patria e non aveva idea della scomparsa della madre, né aveva avuto opportunità di salutarla o chiedere della situazione a Itaca.

La catabasi di Enea

Il libro VI dell’Eneide contiene il momento in cui Enea discende agli Inferi e incontra suo padre, che gli rivelerà il futuro di Roma. Il passo, chiaramente celebrativo della grandezza della gens iulia (leitmotiv di tutta l’Eneide), è fra i più famosi del poema in quanto Virgilio, oltre allo straordinario linguaggio che lo caratterizza sempre, qui ci mostra anche come veniva immaginato l’Ade ai suoi tempi.

Come sarà nella Divina Commedia, il traghettatore delle anime cui Virgilio fa riferimento è proprio Caronte. Viene descritto come horrendus e squalor, ovvero come orrendo e puzzolente. Gli Inferi sono un luogo in cui le ombre vadano sperdute in attesa di un giudizio. Il giudice infernale è peraltro Minosse sia nell’Odissea, sia per Virgilio, sia poi vedremo per Dante.

Così Omero descriveva Minosse:

Minosse io vidi, del Saturnio il chiaro

Figliuol, che assiso in trono, e un aureo scettro

Stringendo in man, tenea ragione all’Ombre.

– Odissea, Libro XI

Come Ulisse, Enea incontra grandi eroi e importanti personaggi, finché non incontra suo padre Anchise. Lo scopo di questo colloquio è duplice: da un lato si tratta di un passo encomiastico volto a celebrare gli uomini illustri della gens di Augusto, dall’altro vuole dare consapevolezza all’eroe della sua missione.

Virgilio modello dantesco

La differenza sostanziale che divide gli altri esempi di catabasi e la Divina Commedia non è solamente il fatto che tutto il poema dantesco sia una catabasi. Infatti, il punto focale del lavoro di Dante sta nello scopo principale della catabasi stessa: negli altri poemi, la discesa dell’Ade è un’esperienza personale dell’eroe che gli serve a compiere le proprie imprese. Al contrario, Dante concepisce il proprio viaggio come il vero scopo finale, la catabasi non è un espediente, una pausa o un’esperienza di arricchimento, ma un cammino verso la salvezza. Molti hanno paragonato questo viaggio ad un percorso psicoanalitico, ma l’esperienza di Dante non è semplicemente personale, bensì collettiva, riguarda tutta una cultura religiosa ed uno scopo di catarsi assoluto.

Se Ulisse va nell’Ade da solo e Sibilla conduce Enea, Dante ha scelto come guida proprio Virgilio, che ha letto e amato nel corso della sua vita. Virgilio è un pagano, nonostante questo però per Dante rappresenta la ragione ed il maestro ideale. Anche perché nel Medioevo il poeta latino godeva di grande fortuna, considerato che si pensava che nella IV egloga quando parla di un puer, egli si riferisse proprio alla venuta di Cristo (del resto l’interpretazione in chiave cristiana della cultura classica era estremamente frequente nel Medioevo).

Non catabasi, ma necromanzia in Lucano

A volte la celebrazione dei morti diventa non più un semplice ricordare, ma si trasforma in un rituale molto specifico ed inquietante. È il caso della Pharsalia di Lucano. In questo poema in ottica anti-virgiliana, Lucano non vuole celebrare la grandezza di Roma. Mira a mostrare come questa sia stata distrutta dalle guerre civili, costruendo difatti un’anti-Eneide. Quindi, Virgilio nel libro Vi con la catabasi celebra la grandezza della stirpe di Augusto in un momento quasi solenne, la necromanzia di Lucano (che ritroviamo sempre in un libro sesto) è un passo inquietante e spaventoso.

Esso consiste in un rituale di una maga che evoca lo spirito di un soldato morto per sapere l’esito della guerra civile. La maga Eritto predice, come ha fatto Tiresia con Ulisse, il futuro a Pompeo interrogando lo spirito. Tuttavia attuando un rituale mostruoso in uno dei passi più macabri del poema di Lucano. Tale rituale non può non ricordarci le pratiche di seduta spiritica che a volte, quasi goliardicamente, ci attraggono.

Leggi anche: Claudio | Il primo imperatore gallico di Roma.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne e una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica. È una tuttofare nell'ambito della letteratura e scrittura: docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per giornali, riviste e siti di divulgazione culturale e critica musicale. È autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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