Passeggiare davanti all’hotel Roma pensando a Cesare Pavese

Per una settimana sono stata a Torino nel periodo del Salone Internazionale del Libro. L’occasione è stata un mix tra lavoro e svago, come autrice e redattrice di una rivista. Tuttavia, c’è un animo dietro al meccanico lavorare, specie quando il lavoro comprende la letteratura e la scrittura. Così, andando a Torino, non ho potuto dimenticarmi che questa città ha ospitato tantissimi intellettuali tra i quali Cesare Pavese.

Sono andata alla ricerca di questo autore tra le mura della città, in senso metaforico poiché non è circondata da mura. Ahimè il paese di origine di Pavese, Santo Stefano Belbo, è lontano da Torino e non avendo un’auto sarebbe stato difficile raggiungerlo. Forse è stato meglio così. Io a Pavese ho dedicato una tesi di laurea scritta in pieno lockdown, il primo, quello più “difficile”, forse. Fin da bambina ho letto le sue parole, che rispondono a tanti bisogni diversi, almeno per me: il bisogno di non sentirsi invincibili, ma di fare i conti con l’essere frangibili, chi più chi meno; il bisogno di cercare una patria, un’origine; il bisogno di sentirsi amati e compresi.

Cercare Cesare Pavese a Torino: il caffè Platti

Sentivo allora il bisogno di cercare questo autore. Così, un pomeriggio sono andata da Starbucks con un’amica che vive a Torino, ci siamo separate nei pressi di Piazza Castello, dove si trova l’incantevole Palazzo Reale. Per alcuni è asettico e imponente, io invece lo trovo proprio nella sua semplicità e austerità affascinante. È sempre stato così. Tuttavia non ero lì per goderne la vista, per quanto piacevole, ma perché la fermata del tram che la mia amica doveva prendere era lì.

Torino ha rispetto alla mia amata Sicilia dei mezzi più efficienti, così io, invece, ero certa che avendo controllato su Google l’orario dell’autobus sarebbe passato quando indicato, ma non si fermava lì, bensì alla Stazione di Porta Nuova. Potevo arrivarci con calma.

La calma mi ha avvolta totalmente durante il tragitto, finché non ho visto il Caffè Platti. Volevo passarci già da un po’, ma, onestamente, non ricordavo nemmeno dove fosse. Esiste dal 1875, è uno dei caffè storici di Torino. Lì Cesare Pavese amava prendere il caffè, chissà quante idee, quante emozioni e quanta tristezza provata lì. Si trattava di un uomo straordinario che nel suo diario “Il mestiere di vivere” ha scritto che I suicidi sono omicidi timidi. Un omicidio timido, Pavese, lo ha commesso.

E proprio mentre senza entrare al Caffè Platti ma proseguendo riflettevo su queste sue parole, una scritta rossa nelle vicinanze ha catturato la mia attenzione: Hotel Roma. Quello è il nome dell’hotel dove, nella stanza 346 Cesare Pavese decise di porre fine alla sua vita il 27 Agosto 1950. L’ultimo saluto lo lasciò sulla prima pagina dei “Dialoghi con Leucò”, una delle opere a cui era maggiormente affezionato: Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

L’Hotel Roma e il ricordo di Ceswre Pavese

Nelle sue opere, Cesare Pavese ha narrato la fragilità dell’uomo nelle sue sfaccettature, fragilità che lui stesso possedeva. Il 17 Agosto 1950 in nome di quella stessa fragilità diceva che quello era l’anno che non avrebbe finito, una promessa che ha tristemente mantenuto. Quando chiede agli altri, a noi, di non fare pettegolezzi mi sento profondamente in dovere di non supporre nulla di cosa possa aver provato, di non invadere le sue ragioni e di tacere, non per censurare, per non dire, ma per rispettare con discrezione.

Ecco, per tale ragione, osservando quell’hotel, non ho avuto il coraggio neppure di entrare. Neppure di pensare a ciò che a Pavese poteva essere accaduto, al come, mi sono invece lasciata cogliere dalle risate dei giovani nei bar vicini. Molti erano liceali, magari dello stesso liceo di Cesare Pavese, il Liceo Classico Massimo D’Azeglio dove pure mi sono recata, ma un prospetto invadente mi ha impedito di vederlo. Altri magari erano universitari, discutevano del futuro, ho sentito parlare di esami. Pavese stesso fu un laureato, brillante traduttore, scrittore incredibile, un Premio Strega.

Mi ha ricordato tutto ciò l’antitesi sempre viva che Pavese narra nei suoi libri: la campagna contro la città, l’andar fuori smarriti da adulti contro il nido che ti protegge da bambino, la spensieratezza della gioventù contro l’incapacità di vivere dell’età adulta, caratterizzata da enormi difficoltà. Nei bar i giovani ridono, stridono, mostrano quella bellezza dell’adolescenza e poi, ecco l’età adulta con le sue difficoltà tristemente palesata dal ricordo dell’estremo gesto dell’autore nell’hotel.

Gli autori vivono ancora tra le pagine

Ma, malgrado il triste epilogo della sua vita, mai una sola volta le pagine di Cesare Pavese si sono tinte per me dell’oscuro colore dello sconforto: quel nido meraviglioso per me sono stati sempre i suoi libri. Forse per questo ha ricevuto così tanta ovazione, perché tanti altri lettori hanno amato le sue parole.

Eppure dei suoi premi e del successo non gli importava allo stesso modo di come, giustamente, ai passanti davanti all’hotel non importa di Pavese mentre osservo, non possono fermarsi per lui come sto facendo io da turista senza nient’altro da fare. Per questo, potendo, mi sono fermata a lungo. Discretamente ho scattato solamente due foto, e ho pensato a quanto un luogo possa significare. Un hotel nel cuore di Torino, dove passa il mondo, come vi passava anni fa tra intellettuali che oggi ricordiamo sempre – nella città è nata l’Einaudi, il nostro orgoglio – il tempo non ha smesso di scorrere.

Eppure, mentre sto qui a pensarci osservo ancora quell’hotel e la toccante antitesi tra la gioia dei giovani nei suoi dintorni e la sofferenza dell’autore mi tocca il cuore, quasi quanto la bellezza di Palazzo Reale. Mi rendo conto che l’architettura più grande che Pavese abbia costruito non risieda in quell’hotel, ma in ciò che rappresenta quell’hotel: il fatto che l’autore non vi sia davvero morto. Non fraintendetemi, purtroppo fisicamente è andato via. Ma mi piace pensare che se anche solo un lettore come me abbia guardato quell’hotel, abbia amato quelle pagine con consapevolezza, allora Pavese sia ancora al Caffè Platti a prendere il suo caffè e, per una volta, amato e felice.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne e una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica. È una tuttofare nell'ambito della letteratura e scrittura: docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per giornali, riviste e siti di divulgazione culturale e critica musicale. È autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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