La rielezione di Rouhani e l’amministrazione Trump

Rielezione Rouhani

Hassan Rouhani è stato riconfermato Presidente della Repubblica islamica. Un confronto complesso quello contro Ebrahim Raisi che ha messo al centro delle elezioni lo stato dell’economia e l’accordo nucleare.

Questo ha generato pericolose tensioni tra Iran e Occidente, e ha portato alla parziale sospensione delle sanzioni.

Nel corso della campagna elettorale per il secondo mandato, Rouhani aveva promesso di assicurare l’uguaglianza tra uomini e donne oltre ad estendere le libertà individuali e politiche; un Iran moderato e moderno in netto contrasto con la visione del suo rivale Raisi.

Rouhani, con il Ministro degli Esteri Javad Zarif, nel 2015, aveva portato a termine la trattativa diretta con gli Stati Uniti, raggiungendo un accordo internazionale. Questo ha frenato il programma nucleare iraniano in cambio però di una riduzione delle sanzioni economiche.

Intanto, mentre Rouhani si godeva la sua rielezione, Trump atterrava a Riyadh, portando con sé la proposta di 100 miliardi di dollari di armi allo storico rivale di Teheran.

La decisione di Trump di scegliere l’Arabia Saudita e Israele quali mete del suo primo viaggio all’estero mostra chiaramente la sfida a cui è chiamato Rouhani.

Nel gioco mediorientale, un migliore rapporto americano con l’Arabia Saudita e Israele significa, infatti, isolare l’Iran. Un vincolo esterno che potrebbe pesare su Rouhani anche a livello nazionale.

In primo luogo, nella semi-democrazia iraniana, è l’Ayatollah Ali Khamenei a detenere l’autorità suprema altre a proteggere l’eredità della rivoluzione islamica del 1979.

Egli sostiene un modello economico che non esponga il Paese alle vulnerabilità esterne, meno disponibile alle influenze occidentali.

Inoltre, Rouhani non controlla il potente Corpo Rivoluzionario della Guardia iraniana, determinato, invece, a continuare una politica estera muscolare ostile a Israele e destinata a minare gli interessi tra Stati Uniti e Arabia Saudita.

La rielezione del presidente iraniano Hassan Rouhani non cambierà lo scetticismo verso l’amministrazione Trump così come difficilmente gli Stati Uniti smetteranno di pensare che l’Iran sia sponsor dello stato del terrorismo.

Washington afferma che il sostegno di Teheran al Presidente siriano Bashar al-Assad nella guerra civile della Siria, i ribelli Houthi in Yemen e la milizia Hezbollah in Libano hanno contribuito a destabilizzare il Medio Oriente.

L’elezione di Rouhani, nel 2013, fu interpretata come un segnale di apertura all’Occidente e, in particolare, agli Stati Uniti e i suoi alleati.

Ma l’attuale viaggio del Presidente Trump in Arabia Saudita e Israele lascia intuire la possibilità che cresca la tensione con l’Iran con conseguenze sull’Iraq e sulla Siria, dove le forze sostenute dagli americani e le milizie musulmane sciite, appoggiate dall’Iran, combattono lo Stato islamico, ma solo apparentemente.

Washington e Teheran sono alleati nella lotta contro DAESH e, con l’ISIS sull’orlo della sconfitta, si comincia a percepire uno strappo tra le forze armate militari iraniane e quelle USA.

Senza sanzioni, come quelle che hanno notevolmente ridotto i ricavi petroliferi dell’Iran, penalizzandone il sistema finanziario e che si sono dunque verificate efficaci anche grazie alla collaborazione asiatica è difficile che l’’amministrazione Trump riesca a fermare l’Iran, soprattutto perché la rielezione di Rouhani potrebbe rendere più difficile per l’amministrazione americana ottenere il sostegno internazionale dell’Unione europea e la Cina per isolare.

Di Federica Fanulli

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