September 28

September 28: Global Day of Action for Access to Safe and Legal Abortion

September 28: “No”, non è solo il giorno in cui sono nati Brigitte Bardot e Marcello Mastroianni (e già questo sarebbe assolutamente degno di nota), né quello della ratifica della Costituzione francese (data, questa, che, per gli scienziati politici come me, può determinare le sorti di almeno tre esami universitari).

Nda: il 28 settembre del 1958 si tenne il referendum che portò alla nascita della Quinta Repubblica). Il 28 settembre è anche e soprattutto il Global Day of Action for Access to Safe and Legal Abortion, il giorno simbolo del network (September 28) nato nel 1990 a Buenos Aires quando un gruppo di donne scese in piazza per chiedere di promuovere l’aborto come un Diritto umano.

Da allora, passi da gigante sono stati fatti, ma non abbastanza, anche laddove, come in Italia, la legge (la 194 del 1978, nel nostro Paese) garantisce il diritto all’interruzione di gravidanza, gli ostacoli non sono pochi.

Secondo l’ultimo rapporto del Ministero della Salute, 7 medici su 10 sono obiettori

Ed è così che prendono piede pratiche illegali, troppo spesso mortali, alle quali si era voluto far fronte negli anni ’70 con la promulgazione della legge 194. Ventimila gli aborti illegali calcolati dal ministero della Sanità, forse cinquantamila quelli reali.

Ancora, settantacinquemila quelli spontanei dichiarati dall’Istat nel 2011 ma quasi un terzo di questi è stato frutto di interventi “casalinghi” che, con buona probabilità, hanno fruttato alla criminalità attraverso il ricorso a cliniche fuorilegge oppure all’acquisto di farmaci di contrabbando per l’ulcera a base di misoprostolo che, preso in dosi massicce, provoca l’interruzione di gravidanza (dieci pillole, 100 euro al mercato nero, meno della metà se lo si compra su Internet).

In Italia, inoltre, è praticamente impossibile applicare la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza in diverse aree del nostro Paese. L’obiezione di coscienza dei medici, in Italia, raggiunge punte del 100% (paradigmatico il caso dell’ospedale di Jesi, in provincia di Ancona: 10 ginecologi, 10 obiettori).

La regione con più alto numero di obiettori è il Molise con l’85,7% di medici obiettori, seguito dalla Basilicata dove sono l’85,2%, quindi dalla Campania con l’83,9% e dalla Sicilia con l’80,6%.

Ma questo raccapricciante quadro di violazione della libertà della donna non riguarda solo l’Italia. Nel 2014, negli Stati Uniti, 15 stati hanno emanato 26 nuove restrizioni alle leggi sull’interruzione di gravidanza. In Irlanda è possibile abortire solo nel caso in cui sia a rischio la vita della madre.

La legge sull’interruzione della gravidanza è passata al vaglio degli irlandesi 20 volte e l’ultima consultazione ha riguardato la possibilità (poi accordata) di abortire anche nel caso di un possibile suicidio della donna. Fino a quest’ultimo referendum (peraltro vinto con un risicatissimo 50,42%), quindi, si preferiva una donna suicida a una libera di decidere per se stessa. A Malta, infine, l’aborto è illegale.

Una piccola vittoria, invece, è stata recentemente strappata in Polonia. Dopo lo sciopero di domenica 3 e lunedì 4 ottobre e dopo le manifestazioni nelle capitali europee e al Parlamento Europeo in sostegno delle donne polacche, il governo ultraconservatore di Duda ha dovuto fare marcia indietro sull’inasprimento della legge sull’aborto.

È la prima volta che ciò accade dai tempi di Solidarnosc e magari chissà, ora come allora, questo potrebbe essere un primo passo verso la riaffermazione della democrazia in questo paese.

Dati alla mano, passi avanti o indietro a parte, è di diritto alla vita che si parla. Anche alla propria.

#september28

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