Matteo Cappella | L’intervista

Matteo Cappella con Introdacqua racconta l’Italia e la natura

Matteo Cappella è un cantautore romano che il 18 Giugno ha pubblicato la sua ultima fatica. Si tratta di un album assai particolare, in cui Matteo Cappella dipinge una serie di paesaggi attraverso la sua chitarra e la sua musica. Il titolo è Introdacqua, fa un piccolo comune in provincia dell’Aquila.

Lo stile si rifà moltissimo al cantautorato classico e recupera la purezza e il minimalismo della musica fine a se stessa, senza fronzoli e con una grande verità.

Matteo Cappella, Introdacqua è un album che fin dal titolo sembra richiamare un forte legame con la natura, semplice nel senso più positivo del termine. Anche senza sapere che sia ispirato all’Appennino Centrale è possibile intuire la sua profonda connessione con gli elementi naturali. Un minimalismo che si traduce anche nei suoni. Come descriverebbe il suo rapporto con la natura?

Sono sempre stato avvolto dal genio naturale dell’Appennino. Ciò che sento appartenere alla mia natura è un spazio in cui l’uomo occupa un ruolo marginale rispetto al circostante.

L’ispirazione per questo titolo viene da un piccolo comune, come mai lo ha scelto?

Ho scoperto Introdacqua grazie ai musicisti Daniele Quaglieri e Simone Colasante, amici con i quali suono da molti anni. Il nome di questo paese mi ha sempre affascinato, così l’ho scelto per rappresentare questo nuovo lavoro. Ho sempre bisogno di uno pseudonimo, un nome alternativo con cui chiamare i luoghi che racconto, per soddisfare due esigenze: onorare l’incongruenza tra ciò che racconto e ciò che esiste aldilà della musica; mettere in relazione luoghi diversi per analogia, far incontrare due distanze attraverso una storia, un suono.

È sempre presente un forte amore e legame nei confronti dell’Italia, della patria intesa non come luogo ideale ma come posto da amare in quanto imperfetto. È il cantautore stesso il personaggio che osserva panorami fisici e astratti. Qual è il suo rapporto con il nostro paese e come pensa si dispieghi nelle sue canzoni?

Non ho un rapporto particolarmente erotico con il concetto di nazione, ma sono affascinato dalle relazioni tra appartenenze e geografie.
In questa prospettiva sento un’Italia divisa tra grandi città e piccoli comuni piuttosto che tra nord e sud e questa dicotomia ha plasmato “Metropolia” e
“Introdacqua”.

Come già osservato, l’album presenta sonorità semplicissime, la protagonista è la chitarra e la voce la accoglie senza virtuosismi, raccontando storie. Quanto pensa sia importante mantenere questa semplicità in un’epoca musicale che vede sempre più prevalere l’elettronico e i suoni modificati digitalmente?

Parto certamente dal corpo, dalla voce, dal legno, ma utilizzo le nuove tecnologie senza ritrosie. In sostanza il connubio tra analogico e digitale arricchisce il discorso sonoro, anche in un album come questo, nel quale abbiamo ricercato sonorità acustiche, essenziali.

A proposito di musica, quali sono i suoi modelli? In Foglie di té parla di come la storia siamo noi, come disse Francesco De Gregori. Si confronta con altri cantautori italiani o ha una passione per la musica estera?


Foglie di tè è un mosaico di citazioni più o meno esplicite dei miei cantautori del cuore. Il cantautorato italiano è sempre stato il mio punto di riferimento musicale. Quando in adolescenza poi ho scoperto la chitarra, la mia curiosità è esplosa e mi sono lanciato alla scoperta di altre musiche, dal flamenco al rock, il folk revival, la musica latino-americana, la world music… ascolti che in qualche maniera mi accompagnano sempre.

Un pregio dell’album è l’assenza di sovrastrutture. Con onestà si narra un passato, un presente e un futuro, un fantasticare come dice in Lillo. Pensa che la musica debba sempre essere “onesta”, quindi attingere a vere esperienze vissute, o possa coincidere anche con questo fantasticare, inventare per sognare attraverso la musica?

La musica con la sua natura trasformativa suggerisce sempre il viaggio, accompagnandomi in una dimensione dell’Altrove anche quando ciò che la parola dice è assolutamente concreto. L’incontro tra musica e parole è un’evento creativo che non mi costringe mai a rinunciare né alla fantasia né alla realtà.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne e una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica. È una tuttofare nell'ambito della letteratura e scrittura: docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per giornali, riviste e siti di divulgazione culturale e critica musicale. È autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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