IL CANCELLO DI PINO | di Thich Nhat Hanh

Il cancello di pino

Il cancello di pino

Il cancello di pino è uno dei tre racconti che dà il titolo a questa raccolta del monaco buddhista, poeta e attivista vietnamita per la pace Thich Nhat Hanh. Ordinato monaco all’età di 16 anni, fin dalla sua giovinezza si adopera attivamente affinché il buddhismo porti pace, riconciliazione e fratellanza.

Successivamente, nel 1964, durante la guerra in Vietnam, dà vita a uno dei movimenti di resistenza nonviolenta più significativi del secolo: i Piccoli Corpi di Pace. Gruppi di monaci e laici che si recavano nelle campagne per ricostruire i villaggi bombardati, per creare scuole e ospedali.

Nel cancello di pino il monaco vietnamita, forte della propria esperienza, condensa alcuni insegnamenti sull’incompatibilità del successo mondano con una seria vita spirituale.

Come per gli altri racconti anche il cancello di pino è una metafora

Un guardiano della soglia che impedisce al giovane monaco, che ha deciso di intraprendere la propria strada allontanandosi dal suo Maestro, di tornare indietro. Il cancello, quindi, è una barriera che impedisce all’ego, accresciuto negli anni, di cammino solitario, di passare.

Anni in cui il monaco ha usato gli oggetti dati in dono dal Maestro. La spada, lama affilata che esce dal cuore e lo specchio Me Ngo per distinguere il bene dal male, la virtù dalla cattiveria.


Il giovane usa lo Specchio dei Dèmoni, attraverso il quale i dèmoni e gli spiriti malvagi appaiono nel loro vero aspetto. E li combatte con la spada, con la quale dovrebbe, invece, soggiogare le sue stesse ambizioni e bramosìe.

Tornato al tempio, però, si rende conto di non essersi mai specchiato. E il mostro del suo ego gli si rivela in tutta la sua terribile potenza.

Anche i pini giganti, secondo racconto della raccolta, sono metafora dell’ego dei due monaci protagonisti

Essi pur intraprendendo due diversi percorsi si trovano a passare, entrambi e in diversi momenti, attraverso una soglia mistica e incantata. Soglia che si rivela essere passaggio alla Via maestra per liberarsi dalle proprie smisurate ambizioni.

Questa storia, in particolare, è costruita con un intreccio a incastro in cui le vicende dei due protagonisti sono speculari ma strettamente legate l’una all’altra. L’ambientazione è immaginaria: un vecchio monastero in cima al monte Cuu Lung, che si rivela essere lo spazio interiore dei monaci stessi.


Il terzo racconto “Il vecchio albero”

narra di un grande albero in cui è custodito, da tempo immemorabile un uovo. L’uovo, schiudendosi, dà alla luce un candido uccello dalle grandi ali. Nell’antica foresta di Dai Lao, sul fianco di una collina, sorge una capanna da eremita. Nella capanna arde sempre un fuoco e un monaco vive da quasi cinquant’anni.

Il tempo è fisso nell’eternità dove l’Amore e l’amato sono Uno. Spesso l’uccello vola sulla foresta di Dai Lao dove scorge il monaco scendere lentamente il sentiero verso il torrente, portando un otre per l’acqua.

L’uccello resta profondamente colpito dalle parole che il monaco della foresta di Dai Lao dice all’amico:

“Il Tempo è fisso nell’Eternità, dove l’Amore e l’amato sono Uno.
Ogni filo d’erba, ogni zolla di terra, ogni foglia è Uno con quell’Amore”.

Un giorno, sorvolando la foresta, non vede più la capanna. La foresta è bruciata, e con lei la capanna del monaco. Dappertutto devastazione e cadaveri di animali. L’uccello prende a bagnarsi nel ruscello per lasciar cadere gocce d’acqua sul fuoco. Anche se si rende conto che sono insufficienti a estinguerlo, così si lascia andare a un grido lacerante.

È un grido colmo di dolore e d’amore che diventa l’impetuoso fragore di una cascata. Di colpo l’uccello avverte la totalità della sua esistenza. La vacuità che ha sentito per anni lascia il posto alla pienezza d’Amore di cui parlava il monaco. Il grido dell’uccello è il fragore dell’acqua. Quindi, senza paura, si lascia cadere sulla foresta in fiamme come una maestosa cascata.

Il fuoco si estingue e le creature scampate all’incendio cercano ovunque la creatura alata senza poterla trovare. Il tempo ha restituito il bianco uccello del vecchio albero all’Amore, da cui tutte le cose provengono.

Quelle del monaco vietnamita Thich Nhat Hanh sono storie brevi

Scritte in un linguaggio semplice e fluido si leggono su più piani diversi. Storie in cui ogni personaggio ha una propria funzione atta a rivelare una morale o un insegnamento profondo.

Insegnamento, in conclusione, che è parte della filosofia buddista. Ma è, anche e soprattutto, uno spunto di riflessione per chi vuole spingersi al di là delle parole.

Leggi anche: Tutto come (im)previsto | intervista a Henry Kolt

Traduttore: G. Fiorentini

Editore: Psiche

Collana: Civiltà dell’Oriente

Anno edizione: 1997

Pagine: 80 p., ill. , Brossura

  • EAN: 9788885142428
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