La cartella del professore | Kawakami Hiromi

La cartella del professore è un romanzo di Kawakami Hiromi, scrittrice giapponese. In Italia è uscito per Einaudi l’8 Marzo 2011 per la collana Supercoralli. In questa edizione, Antonietta Pastore traduce un capolavoro della letteratura giapponese contemporanea. Non si tratta di un classico del mainstream come i lavori di Murakami, ma di un’opera semplice e per questo molto interessane.

Kawakami Hiromi incanta con la sua quarta opera, ma prima pubblicata in Italia, una storia d’amore fatta di piccole cose, brevi capitoli e ambientazioni affascinanti.

La cartella del professore, la storia di un delicato incontro

La delicatezza di La cartella del professore si manifesta fin dall’incipit. Infatti, è immediata l’immedesimazione del lettore nella protagonista, Omachi Tsukiko. Incarna l’archetipo di donna da romanzo giapponese contemporaneo: indipendente, restia al contatto fisico, ma che cede alla delicatezza di un momento. In apparenza dalla trama può sembrare di trovarsi davanti alla classica storia d’amore tra professore e (ex) alunna, ma non è così. Tsukiko incontra Matsumoto Harutsuna, suo professore di giapponese quando andava al liceo, e nei piccoli brevi istanti in cui si ritrovano sembra poco a poco fare sgretolare un muro di solitudine.

Questo muro è solo all’apparenza quello della giovane donna, anche Matsumoto – che lei chiamerà sempre “Prof” – ne custodisce uno gelosamente, più che ergerlo. Gli incontri tra i due sono fatti di richiami alla cultura giapponese e alla vita quotidiana. Il té, il sakè, il cibo in generale sono come dei correlativi oggettivi delle sensazioni dei personaggi. Il racconto che in prima persona Tsukiko fa della sua vita quotidiana e di quel filo rosso che sembra legarla al Sensei, per usare il titolo originale, è disincantato quanto incantevole. Per un lettore italiano sicuramente alcuni elementi sono nuovi per non dire “esotici”, ma l’idea di Kawakami è invece costruire un’atmosfera di minimalismo e quotidianità.

I dialoghi e la poesia

Trova notevole spazio la poesia giapponese, essendo il protagonista un professore. Sono citati tantissimi haiku che arricchiscono il romanzo di spunti interessanti. Il suono della parola sembra un elemento caratterizzante di tutta la scrittura di Kawakami in quest’opera. I dialoghi sono incalzanti e volutamente ripetitivi. Ogni domanda e affermazione viene volutamente ripetuta dall’interlocutore per creare un ritmo che sa quasi di sinfonia viva, come se parlare ed esprimersi sia un momento di scelta fondamentale nelle vicende dei personaggi.

C’è più del semplice struggersi per quel che dice il futuro amante o del sospiro in attesa di un’azione dei due perché la coppia arrivi “al dunque”. Il lettore si trova a calarsi in una realtà estetica e sinestetica altra, come se fosse non con Tsukiko ma dentro Tsukiko. Un effetto estraniante che molti romanzi regalano, ma che nell’unicità dei personaggi fa di La cartella del professore un’opera originale. La cartella, soprattutto, è simbolo e allegoria dell’interno universo di pensieri di una persona. Un professore che ha vissuto di tutto e che sa di tutto, che rimane nel suo silenzio a fare un rumore assordante nelle pagine in cui brevemente spezza i dialoghi.

I suoi “Non sarebbe male” e altri vaghi attimi di questo genere lo rendono affascinante e a tratti anche patetico. Nel senso più puramente etimologico del termine, sofferente, taciturno, e così profondamente vero. Non per questo l’autrice cede alla tentazione di fare di Tsukiko una “croce-rossina”. Anzi, nello stesso istante in cui potrebbe, stupisce il lettore rivelando quanto il professore non abbia bisogno di lei in quel senso, ma in modo incredibilmente emotivo.

La semplicità di ritrovare l’altro

Non servono grandi fronzoli a questo libro. I capitoli sono brevi con titoli abbastanza affascinanti, a volte gli stessi si ripetono inserendo sezioni (ad esempio L’isola I e L’isola II). Non vuole puntare tutto sul solito fascino “esotico”, ma sulla semplicità di una verità che tutti sanno, ma pochi ricordano. Ovvero che gli incontri che facciamo nella vita ci segnano al punto da cambiarla radicalmente.

La conclusione permane in una tristezza invadente e pervadente, che però obbliga il lettore a non dimenticarsi mai di quella cartella, di un oggetto che riempie la vita di un professore e lo rappresenta. La chiave di tutta la vicenda sta, probabilmente, nell’ultima poesia citata, a opera di Irako Seihaku, che paragona la sofferenza del cielo a quella del cuore. In un legame tra natura e uomo e tra uomini e altri uomini.

Ho tanto viaggiato che il mio vestito è logoro

Il mio vestito che il freddo trapassa

Chiaro è il cielo lontano da qui,

ma soffre come il mio cuore.

Leggi anche: Bellezza e tristezza | di Yasunari Kawabata

blank
Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura. È una tuttofare nell'ambito della letteratura e scrittura: docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per giornali, riviste e siti di divulgazione culturale e critica musicale. È autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

2 Comments

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Il Progresso Magazine Online Logo

 

Associazione culturale “THE PROGRESS 2.0”
Direzione-Redazione-Amministrazione
Via teatro Mercadante, 7
70022 Altamura (Ba)
mail: [email protected]

SEGUICI SU