Lucilla Ferretti | L’intervista

Con il suo libro, Senza più esitare: Un’ipocondriaca a Parigi, Lucilla Ferretti trova il coraggio di togliersi la maschera e raccontare la sua storia

Nata a Roma nel 1988, Lucilla è una grande appassionata d’arte, in ogni sua forma. Stilista fin da giovanissima, col suo marchio Drusilla Clothing, ed ora anche scrittrice. Oggi ci racconta la sua vita e la sua storia, con il suo primo racconto Senza più esitare: Un’ipocondriaca a Parigi.

Ciao Lucilla, di te sappiamo che sei una stilista, una scrittrice esordiente ed un’amante dell’arte. Tutto il tuo racconto è intessuto di arte: dalle bellezze di Parigi, alla moda, alla letteratura, ai monumenti. Quale forma d’arte senti più vicina a te ed in quale ti senti maggiormente a tuo agio? In questo momento della tua vita, ti senti appartenere più alla moda o alla scrittura?

E’ una domanda molto interessante che mi trova divisa in due. C’è un’arte nella quale mi trovo più a mio agio e ce n’è un’altra, invece, che sento più vicina al mio modo di essere. Lavorando nel settore della moda, da anni ormai, mi sento più sicura nel padroneggiare gli aspetti creativi e realizzativi legati ad una collezione o ad un servizio fotografico. Per la scrittura nutro ancora una grande paura.

Sono cresciuta circondata da libri e, attraverso la lettura dei grandi classici, sono maturata come persona, è maturato il mio senso critico. Quando sono entrata nell’età adolescenziale, ho iniziato a cimentarmi nella scrittura che, per me, era un modo per dare una voce alle sensazioni che provavo, un modo per guardare in faccia chi ero. Proprio perché sono stata un’avida lettrice, nutro un grande rispetto verso la scrittura che, quindi, sento più vicina a me.

Molti scrittori, mentre raccontano le proprie storie, immaginano il loro possibile pubblico. Tu a chi vorresti rivolgerti con il tuo libro, così personale ma allo stesso tempo così condivisibile da molti?

Mentre ero ancora in Francia, durante una delle mie interminabili traversate in pullman, conobbi una ragazza californiana che si era trasferita in Francia per amore. Tra noi scattò un’immediata sintonia e, siccome eravamo sedute una vicino all’altra, iniziammo a chiacchierare. Mentre parlavamo mi raccontò la triste vita della sua migliore amica, una persona che definiva spumeggiante e di grande talento. Soffriva di attacchi di panico e negli anni si era pian piano alienata dalla vita.

Aveva smesso di fare qualunque attività che potesse farle scatenare un attacco. La ragazza californiana mi parlava e ad un certo punto mi disse “Vorrei che lei ti conoscesse, guarda come sei felice e pensare che lei era vitale come te”. Credo che questa frase abbia fatto scattare la scintilla. Mentre scrivevo parlavo di me a persone come me, persone che meriterebbero una vita migliore di quella che stanno vivendo. Parlavo anche a quelli che hanno sempre avuto tanti sogni, ma si sono convinti di non meritare di perseguirli.

Riguardo la partenza per Parigi, parli di rinascita e voglia di sperimentare la tua solitudine, di riuscire a cavartela da sola e renderti fiera di te stessa e della tua libertà. Cosa è scattato in te, da poterti permettere di mettere in valigia tutte le tue paure e partire per una nuova vita? Ti ricordi un momento preciso in cui hai deciso di chiudere con questa vita e ricominciare in Francia?

Per quanto assurdo possa sembrare, visto che sono atea, l’incontro inaspettato con il Papa ha segnato un punto di svolta nel mio tentennamento. Mai avrei pensato di fare un incontro come quello nella mia vita; ricordo di aver iniziato a pensare che forse era un segno. Forse non era tutto perduto e potevo ancora farcela, ma avrei dovuto compiere l’ultimo attimo di coraggio.

Devo dire, che nelle settimane seguenti all’incontro, altri condomini hanno dato una svolta alla loro vita, segno che tutti abbiamo bisogno di una spintarella ogni tanto e che siamo disposti ad interpretare gli eventi che ci accadono per farci coraggio.

Lucilla, è stato prendere quel treno per Parigi il primo vero viaggio verso te stessa? Quanto è stato importante, ma allo stesso tempo difficile, per te non poter contare su nessun altro che te?

E’ stato fondamentale perché, fino ad allora avevo sempre avuto un salvagente per aiutarmi ad uscire da una situazione che mi avrebbe portato all’attacco di panico. Fin tanto che ero in Italia potevo contare sui miei genitori, da contattare al bisogno per farmi “salvare”. Potevo contare su un contesto che conoscevo. Potevo cambiare strada, cambiare itinerario e chiedere a qualcuno. Insomma, finché mi trovavo nella mia zona di comfort, non dovevo veramente appellarmi a me stessa.

Invece, lì da sola, senza nessuno a cui poter chiedere, senza i miei genitori, senza l’aiuto della lingua e in un posto che non conoscevo, ho potuto solamente contare su me stessa, sulle mie capacità. Sapevo che forse sarei crollata e l’ho accettato, semplicemente perché non c’era nulla che potessi fare. Ho accettato l’idea di perdere il controllo e quando l’ho perso, crollando in un pianto fatto di singhiozzi, ho invece sentito che lo stavo riacquistando.

La moda. Quel mondo così difficile e così competitivo, quanto ha contribuito al tuo sentirti in gabbia ed aver avuto voglia di evadere?

La moda non è stata la causa che ha fatto scatenare i miei problemi, ma è stato un fattore di accelerazione. Tutto si è acuito perché, evidentemente, mi stavo allontanando troppo da chi ero veramente.

Mentre affrontavi tutte queste avventure e prove per te stessa, in una città che conoscevi, ma allo stesso tempo così nuova, eri già consapevole che ne avresti scritto un libro o l’idea è venuta solo dopo?

Ne ero già consapevole. C’era in me il desiderio di documentare quello che mi stavo accingendo a vivere perché sentivo che mi avrebbe cambiata, ma non ho cominciato a scrivere da subito. Ho cominciato solo quando ho capito in che modo avrei voluto iniziare il racconto e quel momento è arrivato quando stavo già per rientrare in Italia.

Nel libro parli del disagio e della frustrazione del non essere capita dagli altri, che spesso rivolgono, a chi ha questo tipo di disturbi, frasi di circostanza, che non fanno altro che peggiorare e minimizzare la situazione. Lucilla, tu credi sia necessaria una maggiore sensibilizzazione sull’argomento? credi che il tema attacchi di panico vada più approfondito a livello mediatico, così da poter avere la giusta importanza, in una società che ne soffre, ma cerca di tenerlo nascosto?

Purtroppo devo dire che chi non ha mai avuto un attacco di panico non è in grado di capire chi ne soffre; sicuramente si può sensibilizzare di più l’opinione pubblica sull’argomento, anche perché siamo in tantissimi a soffrirne. Trovo che oggi si tenda a sminuire troppo l’argomento, delegando la responsabilità di guarigione agli psicofarmaci, senza considerare la persona, con la sua storia.

Trovo quasi divertente che in una società dove ora si combatte per sensibilizzare l’opinione pubblica per le problematiche più disparate, ancora ci sia tanto silenzio attorno all’argomento attacchi di panico ed ipocondria. Se ne parla poco e, a volte, per ricavarne qualche scenetta divertente.

Lucilla, il tuo racconto parla di rinascita, di scoperta del proprio io e di coraggio, tanto coraggio. Quale consiglio daresti a chi si trova nella tua stessa situazione di partenza e volesse liberarsi dalla grande gabbia della mente?

Mi viene in mente la citazione che ho fatto all’inizio del libro, presa dalle avventure di Jon Krakauer, “L’importante non è essere forti, ma sentirsi forti”. La prendo ad esempio perché, una delle frasi più ricorrenti nella mente di chi è intrappolato nelle sue paure, è proprio “Io non ce la farò”, “Per me è troppo complicato”.

Chissà perché tutti pensano che ce la dovranno fare, l’aspettativa spezza le gambe e il fiato. Perché invece non cominciare a dire “Forse non ce la farò, forse è davvero troppo complicato per me, ma io c’ho provato”. Appunto, bisogna sentirsi forti nel tentativo e chissà che poi quel tentativo, strada facendo, non si trasformi in un successo.

Tra le pagine del tuo libro, dici che ognuno ha già dentro di sé la cura per i propri problemi e che, alla fine del viaggio, eri diventata la tua casa. In questo momento così difficile per tutti, con una pandemia mondiale in corso, sei riuscita a mantenere intatti questi progressi e consapevolezze, o la paura ti ha fatto traballare di nuovo?

Le consapevolezze acquisite non mi hanno più abbandonata. Una volta raggiunto un certo livello di conoscenza di sé, è difficile fare tabula rasa; di certo la pandemia ha messo a dura prova la mia ipocondria. Nella fase iniziale soprattutto, sono stata travolta dalle paure e dalle ansie. Con il tempo, poi, mi sono ricordata di essere più forte di quelle paure e che dovevo imparare a lasciarmi andare, ma senza forzarmi.

Ho imparato ad ascoltarmi e a non cadere nell’errore di fare quello che fanno gli altri, per non essere derisa. Pian piano ho ripreso ad uscire di casa, ma l’ho fatto assecondando i miei tempi e per il tempo che ritenevo di poter gestire. Alla fine ho fatto tante cose, ma sempre seguendo i miei ritmi, senza mai giudicarmi troppo severamente.

Lucilla, hai nuovi progetti all’orizzonte? Pensi di continuare la tua carriera di scrittrice?

Ecco, non mi sento all’altezza di una domanda sulla carriera di scrittrice, però mi piacerebbe in futuro pubblicare qualche altra cosa. In particolare nel cassetto ho un racconto al quale sono molto legata e che non ho mai reso pubblico. Mi piace pensare che in futuro, anche lui potrà venire alla luce.

Leggi anche: Donnafugata | di Costanza DiQuattro

Eleonora Forsinetti
Eleonora Forsinetti

Classe 1992, laureata in Letteratura Musica Spettacolo presso L'università degli Studi di Roma "La Sapienza". Da sempre affascinata dall'arte, in tutte le sue forme, scrivo di spettacolo per raccontare storie ed emozioni.

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Il Progresso Magazine Online Logo

 

Associazione culturale “THE PROGRESS 2.0”
Direzione-Redazione-Amministrazione
Via teatro Mercadante, 7
70022 Altamura (Ba)
mail: [email protected]

SEGUICI SU