Democrazia | Baluardo utopico

La Democrazia: storia di un pensiero realizzato o realizzabile?

Hilary vs Donald, Clinton vs Trump, donna vs uomo, moderazione blanda vs estremismo becero, stallo vs involuzione, soporifera democrazia vs CEO della democrazia: Semplicemente Elezioni Presidenziali Americane, null’altro che un momento di verifica della “DEMOCRAZIA” terrestre.

Democrazia… un termine la cui ambiguità è dettata dalla sua stessa etimologia: è possibile un “potere del popolo”, o meglio un “governo del popolo”?

Il popolo, la totalità dei cittadini (aventi diritto), quel tutti, la democrazia! Rischiando di esser poco “pop”, voglio asserire: la democrazia è mera utopia.

Il concetto venne partorito dalla più maestosa e sopraffine nutrice del pensiero politico: l’antica Grecia. Le analisi platoniane rappresentano la purezza della filosofia democratica, quest’ultima più reale della “platonica” democrazia a noi nota. Il concetto venne poi rispolverato nelle epoche successive come baluardo ideologico in contrapposizione alle longeve monarchie dominanti in Europa.

Fin qui, concettualmente nulla di utopico, anzi un’evoluzione logica agli assolutismi. Tutt’oggi la parola democrazia è inflazionata nel linguaggio politico di tutto il mondo, ostentata, snaturata, agognata, profetizzata, ma hai miei occhi (non universali, ovviamente) rimane fantomatica.

In discussione vi è la qualità di due “essenze” della democrazia: la votazione a suffragio universale, strumento democratico per eccellenza e i partiti politici, i commedianti (passi il termine) della democrazia.

Entrambi rappresentano i cavilli rispetto ai quali ritengo utopica la democrazia, in particolare così come pensata dalle sedicenti democrazie mondiali odierne.


Riflessione sui partiti politici: chi li crea o ne fa parte? Oppure, chi ne sceglie i componenti?


Le risposte sono racchiuse in un’unica parola: l’èlite, quella che poco si amalgama con il “tutti” roccaforte del pensiero democratico, quella èlite la cui esistenza si crede soppressa dalle rivoluzioni sociali, politiche e dalle evoluzioni esistenzialistiche dei partiti stessi.

I partiti non sono creati dal popolo, ma da una ristretta cerchia (èlite, appunto) di esso. L’arruolamento partitico non è posto in essere dal popolo, bensì dal partito stesso. Negli ultimi tempi, sulla scia delle più famigerate (sedicenti) democrazie e per rendere credibile il concetto di partecipazione del popolo al reclutamento politico, ci si trincea dietro le cosiddette “elezioni primarie” del leader del partito.

Altra beffa, in quanto la scelta dei contendenti alle primarie è frutto della volontà strategica interna del partito.

Al di là del sostegno o meno ad un partito politico, possiamo asserire di conoscere i singoli componenti di un partito rappresentativo nelle aule del potere? La classe politica è di qualità?

Credo di no. Ci limitiamo a conoscere quelli che amo definire i “soliti i(di)(gn)oti”. Le teste di cuoio, quelli che ci mettono la faccia (slogan tanto popolare quanto raccapricciante), i “kamikaze” mandati in avanscoperta nei luoghi di manipolazione mentale del popolo.


Ulteriore riflessione: il voto


Esso per il sistema democratico rappresenta un numero, semplicemente un voto a favore o contro un partito candidato. Poco conta il “chi” ha votato o la qualità del titolare del diritto di voto. Il raggiungimento della maggiore età e la capacità di intendere e volere non sono degli indicatori reali delle qualità cognitive e culturali del singolo votante.

In fondo, proprio tutti dovrebbero votare? Inoltre, l’analfabeta o chi non si interessa di politica, dovrebbero votare? Ancora, l’universalità del voto è realmente un elemento di realizzazione della democrazia?

Chiedo ammenda per la serie infinita di domande marzulliane, sono semplicemente essenziali riflessioni che mi inducono ad asserire quanto sia difficilmente realizzabile un “governo del popolo” e del perché, dunque, ritengo utopica la democrazia.

Quella che siamo abituati a “vivere” è un’interpretazione del concetto di democrazia, attraverso la quale si vuole dare attuazione al romantico concetto di dare ai cittadini la possibilità di esercitare il potere eludendo le difficoltà oggettive di un reale governo del popolo.

Parlerei dunque di “democrazia interpretata”, le cui crepe strutturali iniziano ad emergere in tutti gli Stati in cui essa esiste. Altrettanto utopica si è confermata l’impresa, fallimentare, di esportare la democrazia (interpretata), di imporla.

Le primavere arabe sono gli esempi più recenti, ma pensiamo alla campagna di democratizzazione russa, ai fallimentari processi di democratizzazione post-colonialismo (fatta eccezione per l’India).

Proprio perché la democrazia è difficilmente realizzabile, proprio perché i processi di democratizzazione sono frutto di percorsi “interiori” alle singole nazioni, non di imposizioni tantomeno esterne.

Facciamo un balzo indietro e ritorniamo alle elezioni americane.

La scrittura del presente articolo è anteriore al verdetto elettorale ma al di là dello stesso, è proprio quest’ultima competizioni elettorale a dare conferma alla difficoltà di realizzazione della democrazia. Parliamo del luogo in cui la democrazia (interpretata) prende forma nell’epoca moderna. Una democrazia può ridursi nel votare il male minore?

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