ANTONIO MINIACI | Gallerista per passione!

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GALLERY MIART ,Milano di galleria sua nella Miniaci Antonio
GALLERY MIART , Milano di galleria sua nella Miniaci Antonio
GALLERY MIART ,Milano di galleria sua nella Miniaci Antonio


A cura di Mariaimma Gozzi

Abbiamo una sola vita, ma possiamo decidere se viverla da protagonisti o da comparse. Possiamo cavalcarla avidi di minuti o subirla annoiati. Così come possiamo decidere di lasciarci condurre a scoprire i colori dell’altrove e i profumi dell’ignoto o lasciarci trasportare dall’onda del destino.

E quell’Audentes fortuna iuvat, come potremo giustificarlo quando avremo finito il nostro tempo? Sono queste le premesse che animano le gesta del gallerista Antonio Miniaci, intento alla costruzione di una geografia sentimentale dell’Arte da oltre quarant’anni.

Un uomo che ha perlustrato la sua terra, l’Italia, e l’altrove, al di fuori di confini fisici e mentali, in cui è possibile dare forma ai propri sogni, realizzare le proprie aspirazioni in un clima quasi di fanciullezza che appartiene ai puri di spirito e agli uomini d’altri tempi.

Antonio Miniaci, è il genere di persona che “sceglie” il suo destino e lo fa con audacia quando si misura con un mondo di cui, agli esordi, non conosce nulla, ma sa con chiarezza che le piace: l’arte.

Una biografia ammirabile la sua!

Nasce ad Albanella – paese alle porte di Paestum (1950) – a 13 anni studia nel collegio dei Domenicani ad Arezzo, luogo in cui avviene il suo primo folgorante incontro con l’arte attraverso la pittura di Frate Angelo Caprara, il quale le spiega i capolavori di Beato Angelico e dei grandi maestri dell’arte.

Diplomato alla scuola Alberghiera – l’arte culinaria è un’altra delle passioni che Antonio coltiva – quando ha compiuto i diciotto anni si trasferisce a Bruxelles, e nell’albergo dove lavora incontra Salvador Dalì, il gigante della pittura surrealista; S’innamora immediatamente del pittore e del personaggio, e inevitabilmente ciò lo conduce a riconoscere i segni dell’autentica passione per l’arte e a seguire i lampi di luce come input di una carriera che da allora non s’è mai arrestata.

Torna in Italia ventenne, a Monza per l’esattezza, dove incontra José, la futura moglie, quando ė sotto il Servizio di Leva. Josè, le fa conoscere un amico, un mercante d’arte di Milano; incontro che si rivela proficuo per le ambizioni che Antonio matura nell’animo. Costui le consiglia di prepararsi e di studiare se desidera davvero intraprendere questa carriera.

Antonio si iscrive alla scuola magistrale – segue il corso serale – e si diploma con una tesi su Antonio Canova. Dopodiché si iscrive alla facoltà di Lingue e Comunicazione IULM, Università di Milano, ma abbandona gli studi dopo due anni per dedicarsi completamente al lavoro che intanto sta decollando. Giunge il momento perfetto per aprire il suo primo ufficio di mercante d’arte, per la sede sceglie Milano, città cosmopolita e salotto preferenziale con l’Estero.

In un contesto di vivacità culturale di alto profilo egli entra in contatto con galleristi, artisti, storici dell’arte e intellettuali tra i più noti del momento. La scelta diviene in pochi anni un autentico successo, d’altra parte oltre alle qualità professionali di Antonio, quelli erano anche gli anni in cui si viveva il luccichio del Boom economico in Italia, quando era ancora possibile sognare e immaginare un futuro aderente alle proprie aspirazioni.

Erano gli anni in cui la scalata al successo dipendeva soltanto dalle tue forze e dalla tua capacità di edificare – certamente non scevra di fatica -. Non erano certo i tempi d’oggi in cui i malesseri sociali e le inquietudini sono financo debordanti. Antonio Miniaci, segue la voce interiore che gli ingiunge di andare avanti e di continuare ad investire in quella passione che intanto ė diventata la sua professione.

Ammaliante e decisivo per la sua carriera si fa l’incontro con tre innovativi esponenti dell’ Avanguardia del XX sec., Marc Chagall in Costa Azzurra, Renato Guttuso e Giorgio De Chirico a Roma. Antonio si reca nei loro Atelier, e nella sua anima s’insinua quel sottile filo di luce travolgente, le sembra di fare un salto nell’infinito, genio e carisma possono fagocitarti se non sei pronto culturalmente.

Fondamentale, in queste continue esigenze evolutive del gallerista, è il sostegno intellettuale e amicale dell’artista Ernesto Treccani e del critico d’arte Raffaele De Grada, dai quali apprende tutto quello che c’è da sapere dell’arte. Entrambi lo plasmano e raffinano culturalmente, divengono i suoi inseparabili e affidabili compagni di viaggio. Quando avviene la crescita interiore e mentale non resta che esteriorizzare il percorso.

A questo punto il desiderio di A. Miniaci è quello di estendere in più luoghi la sua attività ed apre la prima galleria d’arte in un pittoresco borgo del Sud: Castellabate. Un piccolo paese nel territorio del parco nazionale del Cilento (dal 1998 patrimonio dell’UNESCO). Per il debutto a Castellabate rileva i locali di una discoteca e al suo posto sorge la Galleria d’Arte e Caffè Letterario Miniaci. Tentativo purtroppo che si limita a pochi mesi di vita poiché la galleria non va come dovrebbe.

Menomale che mantiene l’ufficio a Milano come punto fermo e stabile della sua attività di gallerista. Accade quasi sempre che dopo un’esperienza fallita si desidera la rivincita sulla sorte, e Antonio ci riprova, ma questa volta non trascura alcun aspetto. Dallo scaturire dell’idea alla scelta della destinazione, per ritentare nei luoghi a lui cari, là dove è stato infante, e in quelli dove c’è un turismo d’Élite.

Sono gli anni ’80 quando nasce la prima galleria d’arte a Positano e poi a Capri – nella famosa e centralissima piazzetta – dove passa il turismo intercontinentale e dove i vip si danno l’appuntamento mondano. E a proposito di grandi personalità e personaggi alla ricerca della calda luce mediterranea, in questi luoghi trascorre le vacanze anche Frank Guzzardo, Direttore Generale (anni ‘80) della più grande e importante compagnia aerea degli Stati Uniti: Pan American World Airways.

Dirigente della Pan Am del Nord e Sud Europa. Un incontro nodale per Miniaci quello con l’italo-americano Frank Guzzardo, che stravede per la magnifica e seduttiva Italia. Nasce tra i due un sodalizio tra i più congeniali che durerà vent’anni. Sono questi gli anni della semina anche fuori dai confini della Penisola, quei confini che ad Antonio stanno stressi, per cui non trascura di certo l’appuntamento con le più importanti fiere d’arte nel mondo.

E chi vive in questo ambiente sa bene che i contatti in questo caso si moltiplicano e le occasioni d’incontro e confronto sono uno scambio proficuo.

Frank Guzzardo si licenzia dalla Pan Am per seguire la sua passione per l’Arte e diventa “Il più illuminante dei collaboratori”, così lo descrive A. Miniaci. Frank è l’estensione di Antonio, è quel ponte tra l’Italia e gli States, anche se A. Miniaci l’estate lavora nelle sue gallerie in Italia e l’inverno negli States. Ma è F. Guzzardo che in America gli dice come muoversi, e gli prepara tutte le fiere nelle città più importanti: Los Angeles, Miami, Chicago, Atalanta, San Francisco, New York.

“Frank era un uomo di grande caratura, aperto, serio, corretto, professionale”. Ecco, così lo ricorda il gallerista. Sono questi i numeri primi di cui Miniaci si circonda e quindi non ci si può stupire se l’affermazione giunge copiosa. E mentre mi parla della sua carriera intrecciata ad altre mi dice: “la stragrande maggioranza degli americani stravede per la nostra storia, per la nostra cultura e per l’arte italiana”.

L’attenzione di Antonio Miniaci verso gli italiani negli States, sorge dal suo più profondo e generoso desiderio – che coltiva da sempre – quello di mappare le identità degli italiani negli USA e di fare una specie di archivio della memoria per ricondurli nel proprio paese d’origine, anche solo simbolicamente, attraverso un riconoscimento alla carriera, svolta lontano dalla propria terra, per tenere sempre vivo il ricordo delle proprie radici.

Non a caso anche il regista partenopeo Paolo Sorrentino, Premio Oscar col film “La grande bellezza” , nello scambio di battute conclusive tra il protagonista Jep Gambardella e la Santa di passaggio a Roma, ci affida la riflessione profonda sulle origini di ognuno:

  • “Perché non ha mai più scritto un libro?” chiede la Santa
  • “cercavo la grande bellezza e non l’ho trovata” risponde Jep Gambardella
  • “sa perché mangio solo radici?” dice la Santa
  • “No perché?” chiede Jep
  • “perché le radici sono importanti!”.
    L’ultima scena del capolavoro del regista è affidata agli aironi rosa che si levano in volo sul Colosseo verso la loro terra. Ecco, la poesia è scritta nelle memorie mai sepolte di ognuno ed è per questo che Antonio Miniaci non si stanca di rimettere insieme quei luoghi e quelle persone.

Arrivano gli anni Novanta cambia lo scenario sociale, politico e culturale, quindi è tempo di cambiare pelle anche al suo ufficio di Milano – che nel frattempo ė quello di un gallerista apprezzato e non più di un mercante d’arte come lo era stato agli albori – sicché prende forma lo spazio espositivo di generose dimensioni e salotto che accoglie personalità di grande prestigio la Miniaci Gallery in via brera al civico 3.

Tutti i più influenti personaggi dell’arte italiana passano a Miniaci Gallery, solo per citarne alcuni: Philippe Daverio, Enrico Crispolti, Vittorio Sgarbi, Raffaele De Grada, Ernesto Treccani, Lucio Del Pezzo, Renato Guttuso, Aligi Sassu, Francesco Messina, Manzù, Sandro Chia, Mimmo Paladino, Mimmo Rotella e molti altri.

Sono questi gli anni in cui A. Miniaci sente la necessità di abbracciare il suo vasto pubblico, sempre più appassionato e concentrato sulla bellezza estetico-filosofica, indi debutta nell’editoria (1994) con la rivista Mondoarte – quadrimestrale di cultura teso a dare rilievo all’ indagine creativa a tuttotondo -. L’urgenza è quella di nutrire costantemente il senso profondo della “parola/poesia” sostenuta dalle “immagini” come quell’Ut pictura poësis.

Dello stesso periodo è la smania incontenibile di recarsi sempre più spesso in Toscana – altro luogo che lo intriga irrimediabilmente perché terra di maestosa bellezza – se ne lascia sedurre e inaugura a San Giminiano (1994) la “Galleria d’Arte Miniaci”, e dopo 6 anni anche a Montalcino. Forte dei suoi successi, al gallerista viene in mente di esporre in uno spazio culturale in un’altra prestigiosa località turistica, ma questa volta al nord, immersa nelle Dolomiti: Cortina d’Ampezzo.

Anche se presto si rende conto che Cortina è geograficamente lontana e dispersiva per la sua fervida attività e così decide di non esporvi ancora in futuro, non senza rammarico, anzi nel tempo si è pentito di questa scelta.
Durante una delle tante fiere a New York il gallerista incontra l’imprenditore italo-americano Leandro Rizzuto, il quale nella grande mela ha fatto fortuna come molti italiani.

Con L. Rizzuto nasce subito una bella amicizia e Antonio lo invita a ri-tornare in Italia con l’idea di fargli conoscere un Paese diverso, nuovo, cambiato. Leandro accoglie l’invito e va a farle visita in galleria a Positano, che intanto naviga a vele spiegate e ci passa il fior fiore del turismo internazionale, e questo non sfugge di certo all’imprenditore. Dalle affinità culturali dei due talenti scaturisce l’ideazione di un Resort in Italia.

Ma sono costretti a realizzarlo altrove perché in Italia gli ostacoli burocratici, le lungaggini e la diffidenza dei politici è dura da combattere. Eppure l’idea è ghiotta e conveniente per la Campania – terra amata da Antonio -.

Niente da fare, in questo Paese le buone idee vengono bocciate ed è per questo motivo che i talenti fuggono all’Estero! Allorché L. Rizzuto propone ad A. Miniaci di seguirlo ad Anguilla – isola britannica dei Caraibi orientali – ed è qui che i due amici aprono la galleria, all’interno del CuisinArt Resort, uno dei più belli al mondo.

E come se tutto questo non bastasse, il gallerista si reca in oriente (2000) a Hong kong, ad incontrare “Il re del tartufo bianco” Umberto Bombana, lo chef stellato co-proprietario del ristorante 3 stelle Michelin “8½ Otto e Mezzo Bombana” di Hong Kong, l’unico ristorante italiano ad aver ricevuto tale riconoscimento al di fuori dell’Italia. E con lo chef U. Bombana debutta tre anni dopo nella stessa città con un nuovo Spazio Culturale dove poter assaporare il gusto dell’arte culinaria – il suo primo amore- e godere dell’arte visiva al contempo.

Un coinvolgimento totale che presuppone l’arte di lasciarsi impregnare della bellezza a tutto campo, e la volontà di comprenderla, di vederne le sue infinite concatenazioni. Ma prima della kermesse ufficiale in oriente (2003), nella metropoli dei sentieri a picco sull’Oceano Pacifico, ad Antonio non resta che conquistare l’Oceano Atlantico e lo fa dalla grande mela: New York.

Questa volta è Saverio Terruso – titolare di cattedra di pittura all’Accademia di Brera a Milano – a invogliato ad aprire una galleria nella terra promessa di molti emigranti. L’inaugurazione avviene a maggio 2001 nella centralissima 5^ strada: Miniaci Atelier Art Gallery. A settembre l’infausto accadimento dell’attentato alle Twin Towers fa riflettere il mondo e turba fortemente anche il gallerista che di conseguenza chiude il Miniaci Atelier Art Gallery.

Torna in Italia, e per lasciarsi alle spalle l’apparizione newyorchese, apre a Venezia la galleria d’arte e club letterario “15 anni Miniaci” a Calle delle Vespe, vicino il Teatro La Fenice. In realtà ad Antonio resta il rammarico della breve esperienza interrotta a New York. Ma per fortuna Antonio ha tantissimi amici, quelli veri e quelli fraterni, che rendono ancor più luminosa la vita, quelli che Antonio considera “famiglia e di famiglia”;

E l’artista Sandro Chia – tra i più importanti della Transavanguardia – fa parte di questa fitta rete di amicizie. E da amico gli fa conoscere Roland Di Gasbarro, un imprenditore italo-americano, il quale vorrebbe che Anatonio Miniaci tornasse di nuovo in America ma questa volta a Miami – Antonio accetta la nuova sfida e celebra la nuova stagione della sua vita con la Miniaci Art Gallery di Miami nel famoso quartiere di Street Art: Wynwood Art District.

Il più grande “street artist museum” del mondo con murales enormi sui muri delle warehouse, e molte gallerie di ogni genere, compreso negozi e ristoranti. E, per non annoiarsi troppo, l’ultima sortita la fa a Bruxelles (2014) per dar vita al Art Club Miniaci a Rue Sans Souci. Possiamo dire, un ritorno in grande stile a Bruxelles, da gallerista affermato! Torna in quella città, per chiudere il cerchio, là dove tutto ebbe inizio ma da semplice lavorante negli alberghi. E che rivalsa nell’iperbolico vissuto di Antonio.

L’ultimo in ordine temporale, ma di certo non l’ultimo come progetto, è il desiderio di conquistare la città eterna, Roma, in un prossimo futuro – corona virus permettendo -. Inaspettatamente mi dà un’anteprima: “vorrei aprire un grande e trasversale punto d’incontro artistico e culinario, un concentrato di sapori e visioni con lo chef pluripremiato Heinz Beck“. Il noto chef H. Beck è famoso proprio per la sua creatività di tradizione italiana e mediterranea.

A Roma A. Miniaci è neofita, ma evidentemente sente l’urgenza di ri-creare, prima di tutto dentro di sé, quello spazio “aperto” che permette alla vita di continuare a intrecciarsi con infinite possibilità altre. Dunque Antonio Miniaci vuole investire le sue risorse fisiche ed economiche in Italia, prima che all’Estero – come ha sempre fatto – e questa volta lo vuole fare in uno dei momenti più di difficili della storia di questo Paese.

Ma si sa, l’entusiasmo riesce a farti scalare il mare e salire sull’orizzonte ed è il leitmotiv di una intera vita, la sua vita, ricca come un romanzo d’avventura in cui infiniti sono gli aneddoti e i ricordi da narrare. Tra i tanti, mi stupisce il racconto di quando Antonio è riuscito a riportare in Italia alcuni conterranei, che all’Estero si sono affermati, per fargli consegnare un riconoscimento simbolico dai Sindaci dei paesi di provenienza.

E si, perché chi vive lontano dal proprio Paese lo porta con nostalgia nel cuore! Per questo motivo quarant’anni fa Antonio inizia a fare l’archivio della memoria (citato all’inizio). Ecco, sono questi i modelli di sensibilità e professionalità che Antonio vuole riportare in Italia. Infatti, ho sentito esprimere più volte da Antonio questo pensiero: “pensa che meraviglia sarebbe se ogni italiano, e ve ne sono cento milioni, volesse tornare nel suo Paese per sostenere la propria cultura e terra d’origine?!”

E aggiunge: “Sono io in primis ad avere investito nella terra dove sono nato, Albanella, e l’ho fatto quando ho costruito il centro culturale e agriturismo Persano Country Club proprio per dare l’esempio agli italiani sparsi nel mondo, e naturalmente oggi Albanella da borgo rurale è considerato un luogo dove soggiornare”.

Un luogo incantevole vicino alla Reggia di Persano – XVIII sec.- nel vasto bosco di Persano a poca distanza dal Tempio archeologico di Paestum – Effettivamente al Persano Country Club le serate culturali sono un must e da lì passano attori, grandi chef, artisti: Michele Placido, Umberto Bombana, Ernesto Treccani, e molti altri.

Mentre Antonio mi parla entusiasta della bellezza italiana, di contro, un velo di tristezza cala nei suoi occhi quando menziona la pessima gestione amministrativa e politica che sta uccidendo la nostra Penisola. Dalle sue parole e azioni edificanti s’insinua elegante il valore socio-culturale dell’uomo che ha perlustrato il mondo.

I propositi di A. Miniaci sanno di buono e ci restituiscono quel senso onorevole del “fare” come incipit di un vissuto legato forse ad altri tempi, quando gli uomini costruivano prima di tutto la propria vita etica e morale, in cui anche il sacrificio era parte integrante di quel costrutto, ma sù delle basi solide come le colonne del Partenone, ed è in virtù delle cose conquistate con dignità che tutto era più nobile e apprezzato, ed era anche più semplice vivere in armonia.

Vorrei concludere questo mio articolo con una domanda che ho posto al protagonista:

Lei ha dipinto la sua vita work in progress, ma per fare tutto questo ci vogliono tanti collaboratori e persone di fiducia. Chi sono le persone a cui lei deve dire grazie?

Nella mia vita sono stato affiancato da molti collaboratori, da moltissimi amici, e dall’amore della mia famiglia che ha reso possibile l’impossibile. Lei mi dà l’occasione di ringraziare davvero tutti. Mia moglie Josè, i miei figli Ilaria e Gianluca i quali hanno seguito le mie orme. E naturalmente tutte le persone che si sono avvicendate nel tempo e nei luoghi da lei descritti. Sinceramente grazie!

Leggi anche: Raffaella Bozzini | Presidente di Edieuropa Qui Arte Contemporanea

Mariaimma Gozzi

Mariaimma Gozzi è un critico d'arte di raffinato senso estetico. Elegante ed estroverso il linguaggio che la contraddistingue nell'indagine concentrata sul mondo dell'Arte Contemporanea. Eclettica e sensibile vive a stretto contatto con gli artisti nei loro studi in modo da conoscere sin dalla fase embrionale il processo creativo che risiede nell'opera d'arte. Autrice di numerosi articoli, testi critici e interviste a personaggi di spicco dell'arte, della cultura e della politica per la Rivisita d'Arte, Cultura e Scienza EQUIPèCO e per Il PROGRESSO. Inizialmente intraprende una carriera votata all’architettura, in cui determinate è la vicinanza allo zio - l' ingegnere Barnaba Gozzi - edificante modello di professionalità, già Cavaliere del Lavoro. La personalità ecclettica la conduce a viaggiare per lavoro e a frequentare l'ambiente culturale europeo del teatro, della letteratura, della musica e dell'arte sviluppando proprio verso quest'ultima una passione esclusiva. Preziosa è la formazione all’Accademia Belle Arti di Roma; allieva di docenti protagonisti dell’arte del ‘900: Maria Teresa Benedetti, Giovanna Dalla Chiesa, Armando Nobili, Francesco Cosentino. E più avanti nel tempo emerge irruente la passione in particolare per la Storia dell’Arte, approfondisce gli studi frequentando la facoltà di Storia dell’Arte all’Ateneo di Tor Vergata, conseguendo la Laurea Magistrale. Allieva di docenti protagonisti dell’arte del XXI sec.: Barbara Agosti, Maria Beltramini, Simonetta Prosperi Valenti, Franco Gallo; Attualmente vive a Roma, cura mostre per gallerie in Italia e all’Estero; È docente di Storia dell’Arte; Scrive per la Rivisita d'Arte, Cultura e Scienza EQUIPèCO di cui cura la rubrica delle interviste e per Il Magazine Il PROGRESSO. Formazione : Università Tor Vergata, Roma - Laurea Magistrale di Storia dell’Arte Accademia Belle Arti di Roma - Laurea di Scenografia Liceo Artistico - Roma Contatti : e-mail : gozzimariaimma@libero.it Sito Uff. : www.mariaimmagozzi.it

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