Mississippi Burning | Diritti umani in fumo

Il Mississippi brucia  

In queste ultime settimane la lotta contro il razzismo è tornata ad avere gran voce anche nel nostro Paese. #BlackLivesMatter è il nuovo motto per una battaglia ormai stantia, che in cuor nostro speravamo di aver vinto.

Un film che ben si adatta a questo spirito disilluso è sicuramente Mississippi Burning di Alan Parker, nominato a otto premi Oscar nel 1989, nonché vincitore dell’Oscar alla fotografia. Merito di Peter Biziou e alle sensazionali scene girate nell’oscurità notturna illuminata con il fuoco appiccato dal Ku Klux Klan.

La trama  

La pellicola tratta il caso, realmente accaduto, dell’assassinio di tre giovani attivisti per i diritti civili degli afroamericani, avvenuto nella contea di Neshoba, Mississippi, nella notte tra il 21 e 22 giugno 1964. I tre ragazzi vennero prelevati dalla propria vettura e barbaramente uccisi da un gruppo appartenente ai Cavalieri Bianchi, appoggiati dallo sceriffo e dalle forze dell’ordine. La vicenda suscitò orrore e grande risonanza negli Stati del Nord, tanto che l’FBI ricevette l’incarico di scoprire cosa fosse realmente accaduto. A tale inchiesta venne dato appunto il nome di Mississippi Burning.

I due agenti dell’FBI sono interpretati da Gene Hackman e Willem Defoe. Il primo presta il volto a Rupert Anderson, uomo con grande esperienza nella politica sudista, mentre il secondo è Alan Ward, un promettente neolaureato all’università di Harvard deciso a rispettate la legge a tutti i costi.

I due trovano una contea sotto assedio, dove regna l’omertà dei bianchi e dove i neri si sottomettono a un silenzio spaventato e rassegnato. Incapaci di instaurare qualsivoglia dialogo con la popolazione, dal momento che i due agenti vengono considerati estranei al contesto della cittadina, la situazione sembra impossibile da smuovere. Nonostante il dispiegamento di ingenti forze di polizia, l’intervento costante dei media e le pressioni fatte allo sceriffo, i colpevoli non si trovano. Alla fine, l’unica possibilità per Anderson e Ward è utilizzare l’astuzia e il terrore per mettere a processo gli esecutori dei delitti.

Le reazioni  

Quando la pellicola uscì nel 1989, scatenò una duplice reazione. Da un lato, il pubblico fu entusiasta: finalmente veniva portato in sala un problema tutt’altro che risolto, sebbene fossero passati decenni dagli avvenimenti (tra l’altro, le vittime non avevano ancora ottenuto completa giustizia). Fu proprio questa popolarità a portare il film all’attenzione di giurie d’eccezione, agli Oscar, ai Bafta, ai Golden Globe e al David di Donatello.

D’altra parte, la critica non si risparmiò. Venne sottolineato come il duo Hackman-Defoe peccasse di banalità (un uomo saggio e anziano e un giovane inesperto ricalcano forse troppo fedelmente i personaggi stereotipati del cinema hollywoodiano). Inoltre, fu notato come nessun ruolo rilevante fosse stato affidato ad attori di colore. A questa osservazione, tuttavia, si può ben ribattere.

Il film, in effetti, non si pone l’obiettivo di incentrarsi sui diritti negati ai neri, ma vuole mettere al centro dell’attenzione la responsabilità della popolazione bianca e, in particolare, le ragioni che spingono i detentori del potere a una tale crudeltà. Scena dopo scena, la domanda che lo spettatore si pone continuamente, insieme all’agente Ward, è: perché tanta malvagità? Alan Parker decide di dare una risposta personale. Ignoranza e povertà rendono impossibile qualsiasi tipo di comportamento fraterno o vagamente civile, trasformando l’uomo in una bestia.

Il Mississippi brucia tra le fiamme come uno Stato in guerra contro un nemico invisibile: la mancanza di cultura, l’alienazione e l’isolamento. Isolata è anche la donna, moglie di un attivista del Ku Ku Klan, che rivela dove sono stati nascosti i corpi dei tre ragazzi. Alla fine delle terribili vicende, anche dopo essere stata brutalmente picchiata per il suo atto di pietà, la poveretta non se la sente di abbandonare la propria dimora, poiché non possiede i mezzi, economici e sociali, per raggiungere la libertà.

Oggi, guardando Mississippi Burning, ci si chiede se qualche passo in avanti sia stato fatto nella giusta direzione. Troppo pochi di sicuro, ma è anche giusto ricordare come, proprio grazie alla popolarità del film e al coraggio del giornalista Jerry Mitchell, negli anni Duemila sono state raccolte prove sufficienti a riaprire il caso e condannare il predicatore Killen, il vero istigatore dell’omicidio.

Mississippi Burning  (Film drammatico, Usa 1988).

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Sara Signorini

Classe 1994, si è laureata in Filologia Moderna presso l'Università degli studi di Padova e oggi si aggira tra letteratura e giornalismo alla ricerca di idee e percorsi creativi. Scrive di cinema, che considera non solo una grande passione, ma anche un metodo infallibile per osservare la società attuale con spirito critico e ironia.

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