LO HOBBIT | UN VIAGGIO INASPETTATO

Perché il film di Peter Jackson è un’opera sottovalutata

Dopo la prima, storica, trilogia, Peter Jackson nel 2012 portò sul grande schermo anche Lo Hobbit, l’altro grande capolavoro di Tolkien, curandone sceneggiatura e realizzando così uno dei suoi sogni di cineasta.

A dirla tutta, il progetto originale, prevedeva di realizzare una trilogia unica, a fine anni 90, che comprendesse sia Lo Hobbit che Il Signore degli Anelli. Tuttavia tra battaglie legali, una produzione incerta e la difficoltà di rendere giustizia all’opera del grande scrittore in soli tre film, spinsero tutto nella direzione che oggi conosciamo.

Lo Hobbit – Un Viaggio Inaspettato, era tratto soprattutto dalla parte iniziale del libro, nonché dalle appendici de Il Signor degli Anelli, insomma…era un collage di diverse linee narrative, che Jackson aveva studiato per lungo tempo, ma la cui genesi fu comunque travagliata date le pesanti ingerenze della Warner Bros.

Doveva infatti essere Guillermo Del Toro a dirigere il tutto, ma i continui ritardi, le cause legali tra Jackson, la New Line Cinema, la Tolkien Estate, il lievitare dei costi, costrinsero il regista messicano alla rinuncia.
Insomma…uno degli iter produttivi più tormentati del nuovo millennio, una vera e propria sfida, che Jackson raccolse come poteva.

Lo Hobbit – Un Viaggio Inaspettato ci riportava nella Terra di Mezzo

La trama, cominciava alcuni anni prima della Guerra dell’Anello, con un Bilbo Beggins intento a ricordare di quando, giovane, era stato coinvolto da Gandalf il Grigio, in una pericolosa avventura, al seguito di un gruppo di tredici nani, cappeggiati da Thorin Scudodiquercia.

Questi era l’ultimo erede della nobile casata che aveva un tempo regnato sulla grande e gloriosa città di Erebor, la più splendente tra i regni dei nani. Ricca, opulenta, famosa per l’abilità dei fabbri e le immense ricchezze accumulate al suo interno, su tutte la famosa Archengemma, il diamante più grande e prezioso della Terra di Mezzo.

Tuttavia, l’immensa quantità di oro e gemme e beni, aveva attirato su Erebor il potente Smaug, un colossale drago che aveva massacrato in gran numero nani e gli uomini della vicina città di Dale.

Costretti alla fuga, a lottare a lungo per sopravvivere, ora i nani grazie al gruppo di Thorin, potevano sperare di riprendersi ciò che era loro, ma per farlo avevano bisogno di uno scassinatore, di un individuo cioè, abbastanza furtivo e abile da beffare il drago: Bilbo appunto.

Un’avventura ricca di significati metaforici

Il primo film della nuova saga, è sovente inviso ai fan della prima trilogia, che spesso non hanno calcolato quanto in realtà Lo Hobbit fosse nelle intenzioni di Tolkien, un racconto per bambini. Ed in questo Jackson si dimostrò assolutamente fedele, visto che confezionò un’opera colorata, dinamica, dove affiorava sovente l’ironia più dissacrante, ma anche una dimensione narrativa che sposava appieno il più classico degli iter narrativi di formazione.

Bilbo, a cui un bravissimo Martin Freeman donò timidezza, goffaggine e un’insicurezza davvero commovente, altri non era che la metafora del giovane uomo che è chiamato infine ad affrontare la vita, gli ostacoli che essa propone, a confrontarsi con l’ignoto. Una grande avventura, piena di imprevisti ma anche l’opportunità per scoprire dentro di sé qualità insospettabili.

Il tutto, in mezzo ad una terra in cui l’Oscuro Signore anelava a ritornare, piena di orchi sanguinari, creature magiche, e con il famoso anello che faceva la sua prima comparsa, assieme all’inseparabile e dannato Gollum.

Bilbo, Gandalf e i 13 nani arrivano presso Gran Burrone, dimora degli Elfi

Lo Hobbit – Un Viaggio Inaspettato: a metà tra sperimentazione e classicismo

Lo Hobbit – Un Viaggio Inaspettato, creò una bellissima sinergia tra Bilbo ed il Gandalf del sempre carismatico e charmant Ian Mckellen, simbolo di saggezza ma anche di irriverenza, di un grande amore per l’uomo con tutte le sue imperfezioni.

La Prima trilogia sicuramente ricorreva molto meno alla CGI, o meglio, la usava in modo molto diverso da questo film, che anche per questo fece storcere il naso a parte del pubblico, che si aspettava le stesse atmosfere più “autoriali” ed epiche viste ne La Compagnia dell’Anello o Le Due Torri.

Jackson invece, optò per un road-movie dominato da personaggi accattivanti, simpatici, 13 nani buffi e sovente comici così come Tolkien li aveva descritti, contrapposti ad un Azog il Profanatore, a cui Manu Bannett dette fierezza e forza.

Così come la prima trilogia era stata avveniristica sul piano tecnologico, anche questo film fece la storia, visto che fu il primo ad utilizzare l’high frame rate da 48/60 fotogrammi al secondo, con l’obbiettivo di rendere l’insieme più fluido ed accattivante. Anche in questo caso, l’accoglienza fu discorde, trattandosi di una novità non ancora testata in modo perfetto, che unita al 3d a molti sembrò aumentare l’artificiosità dell’insieme.

Un film accolto in modo troppo severo

Ma quindi che film era, che film è questo primo capitolo de Lo Hobbit? Oggi, a otto anni esatti dall’uscita, possiamo dire che era divertente, leggero, senza però essere superficiale o troppo “hollywoodiano”. Rispetto alla prima trilogia, era più votato ad intrattenere, più umile, sapendo benissimo di non poter fare la storia com’era stato in precedenza.

Forse l’unico anello veramente debole qui fu Richard Armitage, il suo Thorin apparve fuori posto, troppo arrogante, poco espressivo, chiuso in un perenne cipiglio che però di solenne od eroico non aveva nulla.

Per il resto però, l’hating verso questo film è apparso sovente eccessivo, quasi gratuito, soprattutto tenendo conto che Jackson fu costretto a mediare e cambiare molto, a causa della volontà da parte della Warner, di rendere l’insieme più gradevole al pubblico americano giovanile, usando la CGI ovunque fosse possibile.

Si trattò sicuramente di un errore, qui contenuto dalla perizia di Jackson, da una scrittura robusta e colpi di scena molto azzeccati; il finale però, risultò debole a anche troppo “carico”, un difetto che poi si sarebbe riproposto nei successivi (e meno riusciti) due film.


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Giulio Zoppello

Redattore

Padovano, classe '85, con un passato di allenatore di pallavolo. Inviato e critico cinematografico per diverse testate on-line, creatore e curatore della pagina sportiva l'Attimo Vincente.

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