SHERLOCK HOLMES | GIOCO DI OMBRE

Gioco di Ombre

Nove anni fa, usciva il secondo capitolo diretto da Guy Ritchie

Era il 16 dicembre 2011 quando Guy Ritchie ci offrì il suo secondo Sherlock Holmes. Gioco di Ombre arrivò con grandi attese, grazie al successo dirompente del primo film, che due anni prima aveva raccolto grandi consensi tra la critica ed entusiasmato il pubblico.

Collegandosi a quel finale parzialmente aperto, Ritchie, basandosi molto su “l’Ultima Avventura”, “l’Avventura della Casa Vuota” e “La Valle della Paura” di Arthur Conan Doyle, creò una sfida a dir poco leggendaria contro la nemesi per eccellenza del grande investigatore: Il Dottor Moriarty, per interpretare il quale fu scelto Jared Harris.

Gioco di Ombre era lo scontro tra due cervelli


Robert Downey Jr ci donò un Holmes molto più insicuro, traballante dato l’imminente matrimonio del suo fidato Watson (un simpaticissimo Jude Law), ma soprattutto per l’avere a che fare con un nemico che gli era pari per genialità, talento e anche stile in un certo senso.

La super-gara tra i due super-cervelli, a colpi di indagini, complotti, false piste e imprevisti, fu a dir poco magnifica. Holmes dovette dare fondo a tutto il suo ingegno, coraggio e senso dell’anticipo per aver ragione di un quello che Harris rese una sorta di gigantesco ragno, animato da una violenza intima e tenuta sotto controllo da un falso charme ed eleganza di pura facciata.

https://www.youtube.com/watch?v=fhPgJDU-jHo

Ciò che Gioco di Ombre riuscì a fare, fu quello di donarci un villain, che in sé racchiudeva ed anticipava l’era dei totalitarismi, dei grandi dittatori, dello scontro globale ricercato da elites europee che Ritchie rese perfettamente per quello che erano in quel finire dell’epoca vittoriana: rimasugli di un tempo che non sarebbe più tornato, vuote ed inconsistenti statue ben vestite.

Moriarty invece si muoveva seguendo una linea in cui profitto, tecnologia e brama di potere andavano a braccetto, senza però mai cedere al fascino dell’apparenza, alla volontà di primeggiare apertamente sulle masse. Il suo era e rimaneva bene o male un villain elitario, legato alla conoscenza, alla pianificazione, uno spietato e freddo calcolo.

Sherlock Holmes invece rispondeva con la sua straordinaria capacità deduttiva, l’improvvisazione solo apparentemente anarchica, ed una capacità unica di dissimulare e fingere anche nei momenti più drammatici.

Gioco di Ombre era un film sul concetto di solitudine

Di base Gioco di Ombre fu soprattutto lo scontro tra due solitudini, due individui assolutamente separati dalla società, dalla massa, ma per motivazioni opposte. Moriarty usa le regole del sistema contro di esso, si aggira con fare seducente e competente tra i vertici di quella società che vuole distruggere e fagocitare, egli è perfettamente integrato, solo la sua volontà pura lo rende scevro dalla “normalità”.

Holmes invece non potrebbe neppure volendo essere come lui, come gli altri, il suo egocentrismo, la sua mancanza totale di skills sociali, lo rendono un freak, un paria, una creatura assolutamente fuori da ogni struttura sociale senza appello, persino asessuato.

In un certo senso, entrambi disprezzano l’ipocrita mondo vittoriano, le sue regole, etichette, il galateo, solo che Moriarty per le sue finalità, deve comunque adeguarvisi. Holmes invece no.

Robet Downey Jr e Jared Harris in una scena di Gioco di Ombre

Un’Europa chiusa tra eversione e decadenza

Gioco di Ombre ci mostrava un’Europa vicina al conflitto armato, a metà tra avvenirismo e conservazione, ci guidava in un road movie intenso e divertente tra Parigi, Svizzera, Londra e chi più ne ha più ne metta, al tempo in cui il “terrore anarchico” serpeggiava. Più sui quotidiani e opuscoli che nella realtà oggettivamente.
Un film complottista? No.

Semplicemente un film che ci mostrava come un sistema malato lasciasse ampi varchi nelle sue difese, permettesse all’eversione di insinuarsi. Valeva il secolo scorso, vale oggi. Ma tutto questo non bastava comunque a rendere il film di Ritchie qualcosa di diverso da ciò che era: una magnifica e funambolica avventura, ricca di ironia e colpi di scena.

Un film spettacolare e divertente

La dimensione action fu resa ancora più spettacolare, grazie anche alla bellissima fotografia di Rousselet e al perfetto montaggio di James Herbert, che resero Gioco di Ombre sovente sincopato a livello visivo e di iter narrativo, irregolare, sposando un utilizzo massiccio di rallenty e gioco di camera davvero interessanti.

Tutto questo però, compresa la CGI, fu messo al servizio di uno script dei fratelli Mulroney di grande qualità, con dialoghi frizzanti e pungenti, colpi di scena inaspettati e un utilizzo assolutamente geniale della dimensione narrativa in prima persona.

Ad oggi, il confronto finale tra Holmes e Moriarty è uno dei migliori mai visti in questo decennio, un vero e proprio scontro tra cervelli come ne vorremmo vedere molti di più in un cinema che invece ormai opta regolarmente per un gigantismo visivo stanco e tronfio.

A nove anni dall’uscita Gioco di Ombre rimane quindi uno dei migliori prodotti di intrattenimento del decennio, un’opera personale e sicuramente molto diversa da ciò che gli amanti del grande investigatore si aspettavano. Ma forse anche per questo riuscita e gradevole, per il suo esserne fedele nell’anima più che nella forma.

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Giulio Zoppello
Giulio Zoppello

Redattore

Padovano, classe '85, con un passato di allenatore di pallavolo. Inviato e critico cinematografico per diverse testate on-line, creatore e curatore della pagina sportiva l'Attimo Vincente.

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