Killfie, quando un selfie “estremo” può costarci la vita

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Killfie

Era inevitabile che l’avvento degli smartphone avrebbe cambiato il corso dell’umanità.

Ma l’ha cambiato in meglio? Non sempre.

Diventato un’estensione del corpo lo smartphone lo usiamo anche durante lo svolgimento di altre attività del nostro quotidiano. Mentre guidiamo, attraversiamo la strada, al lavoro, a scuola, con gli amici, in ogni luogo e occasione lo smartphone, fedele e inseparabile amico, è sempre con noi.

E selfie diventa la parola dell’anno nel 2013 secondo l’Oxford Dictionary

Nuovi termini sono stati coniati partendo dal selfie: koolfie, restaurantfie, musclefie, dentisfie e molti altri. Sono tanti coloro che hanno perso la vita nel tentativo folle di fotografarsi in luoghi e circostanze insolite, in pose audaci che sfidano la forza di gravità.

Accade così che, mentre migliaia di medici e ricercatori spendono la loro esistenza per cercare di aumentare la vita media degli esseri umani, esistono alcuni individui che sprecano questo dono prezioso per un autoscatto. E questa tendenza è in aumento. Non c’è giorno in cui i media non riportino la notizia di morti per selfie.

In principio era l’autoscatto

Ma nell’era degli smartphone e dei social network l’autoscatto diventa selfie. In pochi secondi, rivolgiamo uno smartphone, un tablet o una webcam verso di noi ed ecco pronto il selfie. Lo pubblichiamo sui social network e rimaniamo in trepidante attesa di un like o di una condivisione.

La vanità del terzo millennio, che non ci fa percepire il pericolo perché ciò che più conta è mettere se stessi al centro della scena e ottenere il placet del forum virtuale. Le morti per selfie estremi sono divenute così numerose che è stato coniato un neologismo killfie, dal verbo inglese kill, uccidere, e dal sostantivo selfie.

Il termine indica gli autoscatti che hanno un epilogo tragico, ovvero la morte del loro autore. Si pensi che nel periodo compreso tra ottobre 2011 e novembre 2017, in soli sei anni, si sono registrate 259 vittime per killfie.

I dati emergono da uno studio pubblicato dal Journal of Family Medicine and Primary Care dell’All India Insitute of Medical Science  di Nuova Delhi.

SELFIES: A BOON OR BANE?

L’autore dello studio, Agam Bansal, afferma che il numero delle vittime è addirittura superiore a quello da lui documentato. Il fenomeno si manifesta all’inizio con eventi sporadici tra il 2011 e il 2013 con 5 vittime, che salgono a 13 nel 2014. Ma è dal 2015 che il killfie dilaga mietendo 50 vittime che diventano 98 nel 2016 e 93 nel 2017.

Le fasce d’età

La fascia d’età più colpita è quella compresa tra i 20 e i 29 anni. Non mancano vittime però anche nelle fasce di età comprese tra i 30 e i 39 anni, 4 tra i 40 e i 50, 2 tra i 50 e 59 anni e 3 tra i 60 e i 69 anni. Per ciò che riguarda le vittime divise per sesso sono 153 gli uomini e 106 le donne.

Le cause delle morti

Le cause della morte delle 259 vittime dei selfie sono le seguenti:

  • 70 per annegamento
  • 51 per morti legate ai mezzi di trasporto
  • 48 cadute da posti molto alti
  • 16 fulminate da scariche elettriche
  • 11 per incidenti con armi da fuoco
  • 8 per attacchi da parte di animali selvaggi

Nell’ambito dei trasporti un triste primato è detenuto dai mezzi ferroviari. Molte sono infatti le morti connesse alle foto scattate con i treni in corsa.

L’incidenza geografica del fenomeno

Oltre la metà delle morti, 159 persone, pari al 61,4% del totale, sono avvenute in India. Si registrano, inoltre, 16 vittime in Russia, 14 negli USA, 11 in Pakistan, 30 nei paesi asiatici, 17 in Europa, 4 in Africa e 2 in Oceania.

Dai dati emerge che tale fenomeno è molto diffuso in India e per tale motivo, nella città Metropolitana di Mumbai, vengono istituite 16 no-selfie-zone.

Anche il ministero degli Interni russo ha pubblicato nel suo sito ufficiale dei nuovi segnali di pericolo, usati per indicare i selfie a rischio morte come fotografarsi con una pistola in mano, sul ciglio di un burrone, sul tetto, di fronte a belve in libertà, sui binari, sui tralicci dell’alta tensione, in motoscafo, mentre si salgono le scale…  

A Denver in Colorado è stato segnalato un serio pericolo per le persone che cercavano di farsi selfie con gli orsi del parco naturale, a Pamplona sono stati costretti a vietare i selfie durante la corsa dei tori per la città, in occasione della festa di San Firmino. Persino il Tour de France ha avuto il problema dei turisti che intralciavano la gara per farsi dei selfie al volo con i ciclisti in corsa.  

Gli adolescenti e i killfie

I giovani del terzo millennio vogliono placare i loro dissidi interiori ricercando sensazioni forti. Scorre forte l’adrenalina connessa al commettere azioni che superano i comportamenti codificati.

E che dire del senso di onnipotenza che si nutre del compiacimento dell’essere uscito illeso da un’azione folle e dell’aumentare dell’indice di gradimento sui social? Di questo hanno bisogno di cibarsi i giovani del terzo millennio, della spettacolarizzazione di un solo istante alla ricerca non della felicità bensì della popolarità. 

Un uso distorto dei social network

A volte non viene attuato solo dal singolo, ma viene indotto da terzi. Perché accade spesso che un comportamento pericoloso sia solo la risposta ad una forma di istigazione.

Alla fine del 2018 è partita la proposta parlamentare di punire con la pena della reclusione da 6 mesi a 3 anni o con pene pecuniarie e interdittive tutti coloro che incoraggiano queste azioni imprudenti in rete.

Si sta lavorando a campagne di sensibilizzazione e prevenzione da promuovere sia nelle scuole che nei centri di aggregazione giovanili. Parallelamente si sta lavorando per mettere a punto un’applicazione basata su un software in grado di rilevare la pericolosità di una situazione e inibire nel contempo l’uso della fotocamera.

Ed è proprio questo lo scopo che si prefigge una ricerca nata dalla collaborazione di ricercatori statunitensi della Carnegie Mellon University  ed indiani dell’Indraprastha Institute of Information Technology il cui epilogo è stato lo studio pubblicato nel 2016 intitolato Me, myself and my killfie: characterizing and prevening selfie deaths.

Lo studio ha messo in rilievo come già nel 2015 le morti per selfie superavano quelle causate dagli squali in tutto il mondo.

Un algoritmo per contrastare i selfie

La base dell’algoritmo di questa applicazione consiste nella geolocalizzazione unita a tutta una serie di altri parametri messi a punto dalla ricerca, che consentirebbe alla fotocamera che inquadra di calcolare la pericolosità del selfie.

Un ausilio per contrastare questo fenomeno, quindi, può arrivare proprio dalla tecnologia che può aiutare gli individui a capire se una particolare location è pericolosa per scattare un selfie e fornire anche informazioni circa gli incidenti che si sono verificati in quel luogo in passato.

La meta preferita per scattare selfie

Oggi la meta più ambita per gli extreme selfie è Dubai, dove si trovano i grattacieli più alti del mondo.

La regina dei cosiddetti selfie estremi è senza alcun dubbio Angela Nikolau, una fotografa russa che ha realizzato autoscatti da brividi nei posti più pericolosi del pianeta e almeno una volta al mese va a Dubai assieme al compagno, Ivan Kuznetsov per sfidare la gravità.

E la cronaca ogni giorno ci racconta di persone che hanno perso la vita per inseguire un selfie estremo. Tutto questo ci deve far riflettere, molto. Sicuramente viviamo in un momento storico in cui i social network hanno preso il sopravvento nei rapporti interpersonali e nelle relazioni umane. E già questo è un fatto negativo.

Ma il dilemma è un altro. Vale la pena mettere a repentaglio la propria vita solo per la caccia al like? E soprattutto può la felicità, quella reale, dipendere dagli apprezzamenti che si ricevono virtualmente sui propri profili social?

Riflettiamo e Stop clicking dangerous selfies

Riferimenti:

 Selfies: A boon or bane?, Journal of Familily Medicine and Primary Care, Volume 7, Issue 4, July-August 2018.

Rapporto Italia 2019 – Selfie che uccidono, Eurispes

Me, Myself  and My Killfie: Characterizing and Preventing Selfie Deaths, Carnegie Mellon University, USA, Indraprastha Institute of Information, Delhi, India, National Institute of Technology, Tiruchurapalli, 2016.

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Maria Teresa De luca
Maria Teresa De luca

Avvocato cassazionista. Si occupa di diritto civile e, in particolare, di diritto bancario ed esecuzioni immobiliari. Svolge la funzione di Professionista delegato alle vendite immobiliari presso il Tribunale di Taranto. Autrice di volumi e contributi su riviste giuridiche e portali on line.

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